martedì 19 settembre 2017

Il Venezuela si ribella al petrodollaro





di Manlio Dinucci


«A partire da questa settimana si indica il prezzo medio del petrolio in yuan cinesi»: lo ha annunciato il 15 settembre il Ministero venezuelano del petrolio. Per la prima volta il prezzo di vendita del petrolio venezuelano non è più indicato in dollari. 

È la risposta di Caracas alle sanzioni emanate dall’amministrazione Trump il 25 agosto, più dure di quelle attuate nel 2014 dall’amministrazione Obama: esse impediscono al Venezuela di incassare i dollari ricavati dalla vendita di petrolio agli Stati uniti, oltre un milione di barili al giorno, dollari finora utilizzati per importare beni di consumo come prodotti alimentari e medicinali. Le sanzioni impediscono anche la compravendita di titoli emessi dalla Pdvsa, la compagnia petrolifera statale venezuelana. 

Washington mira a un duplice obiettivo: accrescere in Venezuela la penuria di beni di prima necessità e quindi il malcontento popolare, su cui fa leva l’opposizione interna (foraggiata e sostenuta dagli Usa) per abbattere il governo Maduro; mandare lo Stato venezuelano in default, ossia in fallimento, impedendogli di pagare le rate del debito estero, ossia far fallire lo Stato con le maggiori riserve petrolifere del mondo, quasi dieci volte quelle statunitensi. 

Caracas cerca di sottrarsi alla stretta soffocante delle sanzioni,  quotando il prezzo di vendita del petrolio non più in dollari Usa ma in yuan cinesi. Lo yuan è entrato un anno fa nel paniere delle valute di riserva del Fondo monetario internazionale (insieme a dollaro, euro, yen e sterlina) e Pechino sta per lanciare contratti futures di compravendita del petrolio in yuan, convertibili in oro. 

«Se il nuovo future prendesse piede, erodendo anche solo in parte lo strapotere dei petrodollari, sarebbe un colpo clamoroso per l’economia americana», commenta il Sole 24 Ore

Ad essere messo in discussione da Russia, Cina e altri paesi non è solo lo strapotere del petrodollaro (valuta di riserva ricavata dalla vendita di petrolio), ma l’egemonia stessa del dollaro. Il suo valore è determinato non dalla reale capacità economica statunitense, ma dal fatto che esso costituisce quasi i due terzi delle riserve valutarie mondiali e la moneta con cui si stabilisce il prezzo del petrolio, dell’oro e in genere delle merci. 

Ciò permette alla Federal Reserve, la Banca centrale (che è una banca privata), di stampare migliaia di miliardi di dollari con cui viene finanziato il colossale debito pubblico Usa – circa 23 mila miliardi di dollari – attraverso l’acquisto di obbligazioni e altri titoli emessi dal Tesoro. 

In tale quadro, la decisione venezuelana di sganciare il prezzo del petrolio dal dollaro provoca una scossa sismica che, dall’epicentro sudamericano, fa tremare l’intero palazzo imperiale fondato sul dollaro. Se l’esempio del Venezuela si diffondesse, se il dollaro cessasse di essere la principale moneta del commercio e delle riserve valutarie internazionali, una immensa quantità di dollari verrebbe immessa sul mercato facendo crollare il valore della moneta statunitense. 

Questo è il reale motivo per cui, nell’Ordine esecutivo del 9 marzo 2015, il presidente Obama proclamava «l’emergenza nazionale nei confronti della inusuale e straordinaria minaccia posta alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati uniti dalla situazione in Venezuela». 

Lo stesso motivo per cui il presidente Trump annuncia una possibile «opzione militare» contro il Venezuela. La sta preparando lo U.S. Southern Command, nel cui emblema c’è l’Aquila imperiale che sovrasta il Centro e Sud America, pronta a piombare con i suoi artigli su chi si ribella all’impero del dollaro.

 
 

lunedì 18 settembre 2017

L'ARTICOLO DEL GRANDE GIORNALISTA ROBERT FISK SUBITO DOPO IL MASSACRO DI SABRA E SHATILA



di Robert Fisk 

settembre 1982

Roma, 17 settembre 2014, Nena News – 

“Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.

Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera.


All’inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostrae bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l’odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per «spazzare via i terroristi» – se n’erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento.


Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell’orrore. «Sharon!» gridò. «Quello stronzo di Sharon! Questa è un’altra Deir Yassin.»

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.

Jenkins, Tveit e io eravamo talmente sopraffatti da ciò che avevamo trovato a Shatila che all’inizio non riuscivamo neanche a renderci conto di quanto fossimo sconvolti. Bill Foley dell’Ap era venuto con noi. Mentre giravamo per le strade, l’unica cosa che riusciva a dire era «Cristo santo!». Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c’erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C’erano neonati – tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione – gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell’esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote.

Dov’erano gli assassini? O per usare il linguaggio degli israeliani, dov’erano i «terroristi»? Mentre andavamo a Shatila avevamo visto gli israeliani in cima ai palazzi del viale Camille Chamoun, ma non avevano cercato di fermarci. In effetti, eravamo andati prima al campo di Burj al-Barajne perché qualcuno ci aveva detto che c’era stato un massacro. Tutto quello che avevamo visto era un soldato libanese che inseguiva un ladro d’auto in una strada. Fu solo mentre stavamo tornando indietro e passavamo davanti all’entrata di Shatila che Jenkins decise di fermare la macchina. «Non mi piace questa storia» disse. «Dove sono finiti tutti? Che cavolo è quest’odore?»

Appena superato l’ingresso sud del campo, c’erano alcune case a un piano circondate da muri di cemento. Avevo fatto tante interviste in quelle casupole alla fine degli anni settanta. Quando varcammo la fangosa entrata di Shatila vedemmo che tutte quelle costruzioni erano state fatte saltare in aria con la dinamite. C’erano bossoli sparsi a terra sulla strada principale. Vidi diversi candelotti di traccianti israeliani, ancora attaccati ai loro minuscoli paracadute. Nugoli di mosche aleggiavano tra le macerie, branchi di predoni che avevano annusato la vittoria.
In fondo a un vicolo sulla nostra destra, a non più di cinquanta metri dall’entrata, trovammo un cumulo di cadaveri. Erano più di una dozzina, giovani con le braccia e le gambe aggrovigliate nell’agonia della morte. A tutti avevano sparato a bruciapelo, alla guancia: la pallottola aveva portato via una striscia di carne fino all’orecchio ed era poi entrata nel cervello. Alcuni avevano cicatrici nere o rosso vivo sul lato sinistro del collo. Uno era stato castrato, i pantaloni erano strappati sul davanti e un esercito di mosche banchettava sul suo intestino dilaniato.

Avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto dodici o tredici anni. Portavano jeans e camicie colorate, assurdamente aderenti ai corpi che avevano cominciato a gonfiarsi per il caldo. Non erano stati derubati. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l’ora esatta e la lancetta dei minuti girava ancora, consumando inutilmente le ultime energie rimaste sul corpo defunto.


Dall’altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, trovammo i corpi di cinque donne e parecchi bambini. Le donne erano tutte di mezza età ed erano state gettate su un cumulo di rifiuti. Una era distesa sulla schiena, con il vestito strappato e la testa di una bambina che spuntava sotto il suo corpo. La bambina aveva i capelli corti, neri e ricci, dal viso corrucciato i suoi occhi ci fissavano. Era morta.

Un’altra bambina era stesa sulla strada come una bambola gettata via, con il vestitino bianco macchiato di fango e polvere. Non avrà avuto più di tre anni. La parte posteriore della testa era stata portata via dalla pallottola che le avevano sparato al cervello. Una delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola attraversandone il petto aveva ucciso anche il bambino. Qualcuno le aveva squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Aveva gli occhi spalancati, il volto scuro pietrificato dall’orrore.

Tveit cercò di registrare tutto su una cassetta, parlando lentamente in norvegese e in tono impassibile. «Ho trovato altri corpi, quelli di una donna con il suo bambino. Sono morti. Ci sono altre tre donne. Sono morte.»

Di tanto in tanto, premeva il bottone della pausa e si piegava per vomitare nel fango della strada. Mentre esploravamo un vicolo, Foley, Jenkins e io sentimmo il rumore di un cingolato. «Sono ancora qui» disse Jenkins e mi fissò. Erano ancora lì. Gli assassini erano ancora nel campo. La prima preoccupazione di Foley fu che i miliziani cristiani potessero portargli via il rullino, l’unica prova – per quanto ne sapesse – di quello che era successo. Cominciò a correre lungo il vicolo.

Io e Jenkins avevamo paure più sinistre. Se gli assassini erano ancora nel campo, avrebbero voluto eliminare i testimoni piuttosto che le prove fotografiche. Vedemmo una porta di metallo marrone socchiusa; l’aprimmo e ci precipitammo nel cortile, chiudendola subito dietro di noi. Sentimmo il veicolo che si addentrava nella strada accanto, con i cingoli che sferragliavano sul cemento. Jenkins e io ci guardammo spaventati e poi capimmo che non eravamo soli. Sentimmo la presenza di un altro essere umano. Era lì vicino a noi, una bella ragazza distesa sulla schiena.

Era sdraiata lì come se stesse prendendo il sole, il sangue ancora umido le scendeva lungo la schiena. Gli assassini se n’erano appena andati. E lei era lì, con i piedi uniti, le braccia spalancate, come se avesse visto il suo salvatore. Il viso era sereno, gli occhi chiusi, era una bella donna, e intorno alla sua testa c’era una strana aureola: sopra di lei passava un filo per stendere la biancheria e pantaloni da bambino e calzini erano appesi. Altri indumenti giacevano sparsi a terra. Quando gli assassini avevano fatto irruzione, probabilmente stava ancora stendendo il bucato della sua famiglia. E quando era caduta, le mollette che teneva in mano erano finite a terra formando un piccolo cerchio di legno attorno al suo capo.

Solo il minuscolo foro che aveva sul seno e la macchia che si stava man mano allargando indicavano che fosse morta. Perfino le mosche non l’avevano ancora trovata. Pensai che Jenkins stesse pregando, ma imprecava di nuovo e borbottava «Dio santo», tra una bestemmia e l’altra. Provai tanta pena per quella donna. Forse era più facile provare pietà per una persona giovane, così innocente, una persona il cui corpo non aveva ancora cominciato a marcire. Continuavo a guardare il suo volto, il modo ordinato in cui giaceva sotto il filo da bucato, quasi aspettandomi che aprisse gli occhi da un momento all’altro.

Probabilmente quando aveva sentito sparare nel campo era andata a nascondersi in casa. Doveva essere sfuggita all’attenzione dei miliziani fino a quella mattina. Poi era uscita in giardino, non aveva sentito nessuno sparo, aveva pensato che fosse tutto finito e aveva ripreso le sue attività quotidiane. Non poteva sapere quello che era successo. A un tratto qualcuno aveva aperto la porta, improvvisamente come avevamo fatto noi, e gli assassini erano entrati e l’avevano uccisa. Senza pensarci due volte. Poi se n’erano andati ed eravamo arrivati noi, forse soltanto un minuto o due dopo.

Rimanemmo in quel giardino ancora per un po’. Io e Jenkins eravamo spaventati. Come Tveit, che era momentaneamente scomparso, Jenkins era un sopravvissuto. Mi sentivo al sicuro con lui. I miliziani – gli assassini della ragazza – avevano violentato e accoltellato le donne di Shatila e sparato agli uomini, ma sospettavo che avrebbero esitato a uccidere Jenkins e l’americano avrebbe cercato di dissuaderli. «Andiamocene via di qui» disse, e ce ne andammo. Fece capolino in strada per primo, io lo seguii, chiudendo la porta molto piano perché non volevo disturbare la donna morta, addormentata, con la sua aureola di mollette da bucato.

Foley era tornato sulla strada vicino all’entrata del campo. Il cingolato era scomparso, anche se sentivo che si spostava sulla strada principale esterna, in direzione degli israeliani che ci stavano ancora osservando. Jenkins sentì Tveit urlare da dietro una catasta di cadaveri e lo persi di vista. Continuavamo a perderci di vista dietro i cumuli di cadaveri. Un attimo prima stavo parlando con Jenkins, un attimo dopo mi giravo e scoprivo che mi stavo rivolgendo a un ragazzo, riverso sul pilastro di una casa con le braccia penzoloni dietro la testa.

Sentivo le voci di Jenkins e Tveit a un centinaio di metri di distanza, dall’altra parte di una barricata coperta di terra e sabbia che era stata appena eretta da un bulldozer. Sarà stata alta più di tre metri e mi arrampicai con difficoltà su uno dei lati, con i piedi che scivolavano nel fango. Quando ormai ero arrivato quasi in cima persi l’equilibrio e per non cadere mi aggrappai a una pietra rosso scuro che sbucava dal terreno. Ma non era una pietra. Era viscida e calda e mi rimase appiccicata alla mano. Quando abbassai gli occhi vidi che mi ero attaccato a un gomito che sporgeva dalla terra, un triangolo di carne e ossa.

Lo lasciai subito andare, inorridito, pulendomi i resti di carne morta sui pantaloni, e finii di salire in cima alla barricata barcollando. Ma l’odore era terrificante e ai miei piedi c’era un volto al quale mancava metà bocca, che mi fissava. Una pallottola o un coltello gliel’avevano portata via, quello che restava era un nido di mosche. Cercai di non guardarlo. In lontananza, vedevo Jenkins e Tveit in piedi accanto ad altri cadaveri davanti a un muro, ma non potevo chiedere aiuto perché sapevo che se avessi aperto la bocca per gridare avrei vomitato.
Salii in cima alla barricata cercando disperatamente un punto che mi consentisse di saltare dall’altra parte. Ma non appena facevo un passo, la terra mi franava sotto i piedi. L’intero cumulo di fango si muoveva e tremava sotto il mio peso come se fosse elastico e, quando guardai giù di nuovo, vidi che solo uno strato sottile di sabbia copriva altre membra e altri volti. Mi accorsi che una grossa pietra era in realtà uno stomaco. Vidi la testa di un uomo, il seno nudo di una donna, il piede di un bambino. Stavo camminando su decine di cadaveri che si muovevano sotto i miei piedi.

I corpi erano stati sepolti da qualcuno in preda al panico. Erano stati spostati con un bulldozer al lato della strada. Anzi, quando sollevai lo sguardo vidi il bulldozer – con il posto di guida vuoto – parcheggiato con aria colpevole in fondo alla strada.

Mi sforzavo invano di non camminare sulle facce che erano sotto di me. Provavamo tutti un profondo rispetto per i morti, perfino lì e in quel momento. Continuavo a dirmi che quei cadaveri mostruosi non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io, Jenkins e Tveit vedessimo tutto questo, e quindi non dovevo avere paura di loro. Ma non avevo mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita.

Saltai giù e corsi verso Jenkins e Tveit. Suppongo che stessi piagnucolando come uno scemo perché Jenkins si girò. Sorpreso. Ma appena aprii la bocca per parlare, entrarono le mosche. Le sputai fuori. Tveit vomitava. Stava guardando quelli che sembravano sacchi davanti a un basso muro di pietra. Erano tutti allineati, giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro e giacevano lì dov’erano caduti, una scena patetica e terribile.

Quel muro e il mucchio di cadaveri mi ricordavano qualcosa che avevo già visto. Solo più tardi mi sarei reso conto di quanto assomigliassero alle vecchie fotografie scattate nell’Europa occupata durante la Seconda guerra mondiale. Ci sarà stata una ventina di corpi. Alcuni nascosti da altri. Quando mi inchinai per guardarli più da vicino notai la stessa cicatrice scura sul lato sinistro del collo. Gli assassini dovevano aver marchiato i prigionieri da giustiziare in quel modo. Un taglio sulla gola con il coltello significava che l’uomo era un terrorista da giustiziare immediatamente. Mentre eravamo lì sentimmo un uomo gridare in arabo dall’altra parte delle macerie: «Stanno tornando». Così corremmo spaventati verso la strada. A ripensarci, probabilmente era la rabbia che ci impediva di andarcene, perché ci fermammo all’ingresso del campo per guardare in faccia alcuni responsabili di quello che era successo. Dovevano essere arrivati lì con il permesso degli israeliani. Dovevano essere stati armati da loro. Chiaramente quel lavoro era stato controllato – osservato attentamente – dagli israeliani, dagli stessi soldati che guardavano noi con i binocoli da campo.

Sentimmo un altro mezzo corazzato sferragliare dietro un muro a ovest – forse erano falangisti, forse israeliani – ma non apparve nessuno. Così proseguimmo. Era sempre la stessa scena. Nelle casupole di Shatila, quando i miliziani erano entrati dalla porta, le famiglie si erano rifugiate nelle camere da letto ed erano ancora tutti lì, accasciati sui materassi, spinti sotto le sedie, scaraventati sulle pentole. Molte donne erano state violentate, i loro vestiti giacevano sul pavimento, i corpi nudi gettati su quelli dei loro mariti o fratelli, adesso tutti neri di morte.

C’era un altro vicolo in fondo al campo dove un bulldozer aveva lasciato le sue tracce sul fango. Seguimmo quelle orme fino a quando non arrivammo a un centinaio di metri quadrati di terra appena arata. Sul terreno c’era un tappeto di mosche e anche lì si sentiva il solito, leggero, terribile odore dolciastro. Vedendo quel posto, sospettammo tutti di che cosa si trattasse, una fossa comune scavata in fretta. Notammo che le nostre scarpe cominciavano ad affondare nel terreno, che sembrava liquido, quasi acquoso e tornammo indietro verso il sentiero tracciato dal bulldozer, terrorizzati.

Un diplomatico norvegese – un collega di Ane-Karina Arveson – aveva percorso quella strada qualche ora prima e aveva visto un bulldozer con una decina di corpi nella pala, braccia e gambe che penzolavano fuori dalla cassa. Chi aveva ricoperto quella fossa con tanta solerzia? Chi aveva guidato il bulldozer? Avevamo una sola certezza: gli israeliani lo sapevano, lo avevano visto accadere, i loro alleati – i falangisti o i miliziani di Haddad – erano stati mandati a Shatila a commettere quello sterminio di massa. Era il più grave atto di terrorismo – il più grande per dimensioni e durata, commesso da persone che potevano vedere e toccare gli innocenti che stavano uccidendo – della storia recente del Medio Oriente.

Incredibilmente, c’erano alcuni sopravvissuti. Tre bambini piccoli ci chiamarono da un tetto e ci dissero che durante il massacro erano rimasti nascosti. Alcune donne in lacrime ci gridarono che i loro uomini erano stati uccisi. Tutti dissero che erano stati i miliziani di Haddad e i falangisti, descrissero accuratamente i diversi distintivi con l’albero di cedro delle due milizie.

Sulla strada principale c’erano altri corpi. «Quello era il mio vicino, il signor Nuri» mi gridò una donna. «Aveva novant’anni.» E lì sul marciapiede, sopra un cumulo di rifiuti, era disteso un uomo molto anziano con una sottile barba grigia e un piccolo berretto di lana ancora in testa. Un altro vecchio giaceva davanti a una porta in pigiama, assassinato qualche ora prima mentre cercava di scappare. Trovammo anche alcuni cavalli morti, tre grossi stalloni bianchi che erano stati uccisi con una scarica di mitra davanti a una casupola, uno di questi aveva uno zoccolo appoggiato al muro, forse aveva cercato di saltare per mettersi in salvo mentre i miliziani gli sparavano.

C’erano stati scontri nel campo. La strada vicino alla moschea di Sabra era diventata sdrucciolevole per quanto era coperta di bossoli e nastri di munizioni, alcuni dei quali erano di fattura sovietica, come quelli usati dai palestinesi. I pochi uomini che possedevano ancora un’arma avevano cercato di difendere le loro famiglie. Nessuno avrebbe mai conosciuto la loro storia. Quando si erano accorti che stavano massacrando il loro popolo? Come avevano fatto a combattere con così poche armi? In mezzo alla strada, davanti alla moschea, c’era un kalashnikov giocattolo di legno in scala ridotta, con la canna spezzata in due.

Camminammo in lungo e in largo per il campo, trovando ogni volta altri cadaveri, gettati nei fossi, appoggiati ai muri, allineati e uccisi a colpi di mitra. Cominciammo a riconoscere i corpi che avevamo già visto. Laggiù c’era la donna con la bambina in braccio, ecco di nuovo il signor Nuri, disteso sulla spazzatura al lato della strada. A un certo punto, guardai con attenzione la donna con la bambina perché mi sembrava quasi che si fosse mossa, che avesse assunto una posizione diversa. I morti cominciavano a diventare reali ai nostri occhi.

sabato 16 settembre 2017

La legge Fiano: un regalo alla lobby sionista e al neofascismo mondiale



di Stefano Zecchinelli

15 settembre 2017

La Legge Fiano, per un improbabile ‘’antifascismo’’, è stata accolta a braccia aperte da gran parte della sinistra italiana – compresi alcuni gruppi ‘’pseudomarxisti’’ – rimuovendo alcuni aspetti importanti della vicenda: (1) Emanuele Fiano è un israeloitaliano che sostiene, acriticamente, le malefatte dell’imperialismo israeliano. La sua aderenza alla lobby sionista in Italia – come vedremo – è totale; (2) Fiano ha equiparato, più volte, fascismo e comunismo esternando, senza vergogna, la volontà di estendere questa normativa ai movimenti populisti ed antisistemici; (3) il Pd, in politica internazionale, è alleato con forze realmente neonaziste come la destra venezuelana ed i golpisti ucraini. Emanuele Fiano, nemico dei veri antifascisti ( come i socialisti sudamericani ed i combattenti del Donbass ) si prepara a perseguire, sulla base di una legge antidemocratica, gli attivisti pro-Palestina attentando alla Costituzione antifascista italiana.

La malafede di Fiano la riscontriamo nel suo editoriale, pubblicato su La Stampa e ripreso dall’ultrasionista Osservatorio Antisemitismo, dove motiva la sua legge ‘’antifascista’’. Leggiamo:

‘’L’antifascismo è la matrice di chi difende la libertà, di chi difende le opinioni di ognuno, ma è la storia che ci ha insegnato che cosa è stata la mancanza di libertà, che non fu solo dell’ideologia fascista, perché il secolo scorso ci ha insegnato che altre ideologie, anche il comunismo sovietico, furono ideologie di morte *** e sopraffazione della libertà, questa storia ci ha insegnato che la difesa della libera espressione passa attraverso il riconoscimento dei limiti interni alla democrazia’’ 1

Quindi, secondo Fiano, il comunismo, che ha cacciato dalla fame i popoli coloniali rompendo le catene della schiavitù imperialistica, sarebbe una ‘’ideologia di morte’’ equiparabile al fascismo. Ma lasciamo che a rispondergli sia Thomas Mann, un gigante assoluto del secolo scorso: “Collocare sul medesimo piano morale il comunismo russo e il nazifascismo, in quanto entrambi sarebbero totalitari, nel migliore dei casi è superficialità, nel peggiore è fascismo. Chi insiste su questa equiparazione può ben sentirsi un democratico, in verità e nel fondo del cuore è in realtà già fascista, e di certo solo in modo apparente e insincero combatterà il fascismo, mentre riserverà tutto il suo odio al comunismo.” Del resto è vero: Fiano ‘’nel fondo del cuore è in realtà già fascista’’ infatti ha appoggiato, senza vergogna, l’estrema destra venezuelana che – sicuramente non a sua insaputa – tesse le lodi di Pinochet.


Domanda: Emanuele Fiano cos’ha da dire sui rapporti fra il figlio del Primo Ministro israeliano Netanyahu ed il Ku Klux Klan, essendo questo losco figuro sionista amico del neonazista statunitense David Duke? L’obiettivo di questo strano legislatore è quello di mettere al bando l’antisionismo ed infatti, in una intervista datata, affermò: ‘’Sono interessato ad una correzione della legge Mancino. Penso che sia arrivato il momento di apporre delle modifiche e alcune integrazioni a quel testo. E poi rivedere la categorizzazione delle forme di antisemitismo. E’ presente un problema più generale di razzismo che non riguarda solo gli ebrei. Spero di riuscire ad appoggiare il finanziamento del Museo della Shoah di Roma e quello della cultura ebraica di Ferrara. Inoltre spero di programmare al più presto una visita alla Knesset – il Parlamento israeliano – di una delegazione dell’associazione Italia Israele per rafforzare l’amicizia ed i rapporti interparlamentari’’ 2. Un lobbista pro-Israele non è tenuto a parlare d’antifascismo per diversi motivi: (1) Israele è uno Stato razzista che fa una politica assimilabile a quella nazifascista, nei confronti dei popoli arabi. Come disse Norman Finkelstein è uno Stato pazzo; (2) Il marxista italiano Antonio Gramsci, assassinato dai fascisti, si pronunciò contro la massoneria e le società segrete. L’attività di Fiano non è trasparente e persegue intenti antipopolari.

Sono tre gli obiettivi di Fiano:

Mettere sullo stesso piano fascismo e comunismo, in questo modo tutti i movimenti antisistemici – marxisti, socialisti e sovranisti – verrebbero messi al bando. Il Pd vuole imporre il neoliberismo con la forza.
Assimilare l’antisionismo ( doveroso ) all’antisemitismo ( vergognoso ). Il problema non è soltanto Fiano ma chi da sinistra sostiene questa estrema destra mascherata.
Criminalizzare il giornalismo investigativo ed imporre, sulle operazioni false flag, la versione ufficiale dei governi.
I giornalisti investigativi sono assimilabili al fascismo? Per alcuni ‘’sionistri’’ sì ma l’ingiuria è degna di Goebbels, non senza ragione Thierry Meyssan s’è ben difeso da questa accusa infamante: ‘’Per quanto mi riguarda e siccome mi si definisce il «papa del cospirazionismo» o meglio l’«eresiarca», secondo l’espressione del libero pensatore italiano Roberto Quaglia, riaffermo il mio impegno politico radicale, nel senso del radicalismo repubblicano francese, di Léon Bourgeois [4], di Georges Clémenceau [5], di Alain [6] e Jean Moulin [7]. Per me, così come per loro, lo Stato è un Leviatano che, per sua natura, abusa di coloro che governa’’ 3. L’operazione è davvero pericolosa, può diventare liberticida: Fiano segue le orme di Hollande che, a sua volta, ha seguito quelle di Bush. La  falsa sinistra si allea coi neocon? Il rischio è questo.

Il Pd si allea coi macellai di Pravy Sektor ma pretende di mettere in galera i bottegai di Predappio o qualche sottoproletario che, in rete, posta le immagini di Mussolini. Il social-imperialismo utilizza l’antifascismo liberale contro i lavoratori per imporre il neoliberismo. Il grande inganno è stato rivelato.

I sionisti non disdegnarono alleanze coi nazisti strumentalizzando, a loro vantaggio, l’antisemitismo proprio del colonialismo europeo. Lo storico Mauro Manno ha inquadrato questo aspetto tanto vergognoso quanto taciuto da giornalisti ignoranti ed in malafede: ‘’Questo aspetto vergognoso della storia del sionismo inizia con il suo stesso fondatore, Theodor Herzl. Nell’agosto del 1903, Herzl si recò nella Russia zarista per una serie di incontri con il Conte von Plehve, ministro antisemita dello Zar Nicola II e Witte, ministro delle finanze. Gli incontri avvennero meno di 4 mesi dopo l’orrendo pogrom di Kishinev, di cui era direttamente responsabile von Plehve. Herzl propose un’alleanza, basata sul comune desiderio di far uscire la maggior parte degli ebrei russi dalla Russia e, a più breve termine, allontanare gli ebrei russi dal movimento socialista e comunista. All’inizio del primo incontro (8 agosto) von Plehve dichiarò che egli si considerava “un ardente sostenitore del sionismo”. Quando Herzl cominciò a descrivere lo scopo del sionismo, il Conte lo interruppe affermando: “Predicate a un convertito”.’’ 4. Fiano ha messo sullo stesso piano fascismo e comunismo quindi, seguendo la sua ‘’teoria politica’’ reazionaria, l’odio del Pd si rivolge anche al marxista ebreo Abram Leon che condannò lo sciovinismo sionista, nel 1936, col suo ‘’Il marxismo e la questione ebraica’’, una lezione di coerenza che, ancora prima della nascita d’Israele, inchioda gli ebrei di destra. Leon perse la vita in un lager nazista mentre Fiano cita senza saperlo Herzl e difende i nuovi lager israeliani.

Dubito che questo piccolo politicante abbia tali conoscenze storiche ma il suo progetto di legge liberticida va contrastato fin da subito. L’editore ebreo, antifascista, Giuseppe Zambon è stato accusato di antisemitismo per aver pubblicato il libro di James Petras sulla lobby sionista negli Usa. La sua risposta all’Osservatorio Antisemitismo è eloquente: ‘’Si, ma quello che non viene perdonato a James Petras che, oltre ad essere un prestigioso accademico è un attivista politico (ha collaborato con il governo Allende e insieme a Garcia Màrquez con il Tribunale Russel sui crimini commessi in America Latina, oggi è impegnato nel Movimento dei Senza Terra in Brasile) è la sua analisi di classe sul potere di questa lobby; analisi ben lontana dalla difesa degli interessi delle borghesie dei Paesi alleati degli USA schiacciati oggi dalla lobby sionista’’ 5. Israele è uno Stato reazionario e il Pd una sua agenzia italiana.

Ma che cos’è il fascismo? Scrive il comunista bulgaro Dimitrov: ‘’Il fascismo, in politica estera, è lo sciovinismo nella sua forma più rozza, lo sciovinismo che coltiva l’odio bestiale contro gli altri popoli’’ ed ancora ‘’Il fascismo agisce nell’interesse degli imperialisti più sfrenati, ma si presenta di fronte alle masse sotto la maschera di difensore della nazione offesa e si richiama al sentimento nazionale ferito’’. Una analisi marxista del fascismo a cui, successivamente, Trotsky aggiunse altri elementi. Le parole di Dimitrov sono perfette per descrivere personaggi come Fiano e Netanyahu. Non c’è altro d’aggiungere.



La Legge Fiano non è soltanto una operazione di marketing politico ma, sottobanco, contiene l’equiparazione del fascismo con il comunismo storico quindi una sorta di imposizione, per legge, del modello capitalistico neoliberistico. Chi gioisce? La Confindustria, i pescecani della finanza ed Israele; una vera legge neofascista. Ipocriti.

Chi, invece, da sinistra sostiene quest’operazione deve essere denunciato politicamente e combattuto sul terreno della lotta di classe. Uno scontro che, giorno dopo giorno, diventa sempre più forte.

http://www.osservatorioantisemitismo.it/articoli/editoriale-di-emanuele-fiano-sulla-nuova-legge-contro-lapologia-di-fascismo/

http://fc.retecivica.milano.it/rcmweb/iidp/Israele/Sionismo%20e%20dintorni/Storia%20e%20protagonisti/S073D15F1?WasRead=1

http://www.voltairenet.org/article186998.html

http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo_archivio/2007_01_mauro-manno_antisemitismo-e-antisionismo.htm

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-giuseppe_zambon_vi_spiego_perch_la_mia_casa_editrice__accusata_di_antisemitismo/5496_20805/

venerdì 15 settembre 2017

LETTERA APERTA PER GLI EBREI ITALIANI



di Franco Lattes Fortini*

(L'articolo è stato scritto nel 1972)

Ogni giorno siamo informati della repressione israeliana contro la popolazione palestinese. E ogni giorno più distratti dal suo significato, come vuole chi la guida. Cresce ogni giorno un assedio che insieme alle vite, alla cultura, le abitazioni, le piantagioni e la memoria di quel popolo e – nel medesimo tempo – distrugge o deforma l’onore di Israele. In uno spazio che è quello di una nostra regione, alle centinaia di uccisi, migliaia di feriti, decine di migliaia di imprigionati – e al quotidiano sfruttamento della forza-lavoro palestinese, settanta o centomila uomini – corrispondono decine di migliaia di giovani militari e coloni israeliani che per tutta la loro vita, notte dopo giorno, con mogli, i figli e amici, dovranno rimuovere quanto hanno fatto o lasciato fare. Anzi saranno indotti a giustificarlo. E potranno farlo solo in nome di qualche cinismo real-politico e di qualche delirio nazionale o mistico, diverso da quelli che hanno coperto di ossari e monumenti l’Europa solo perché è dispiegato nei luoghi della vita d’ogni giorno e con la manifesta complicità dei più. Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso o padre percosso e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno dire di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole augurio che quel sangue ricada sui propri discendenti. Mangiano e bevono fin d’ora un cibo contaminato e fingono di non saperlo. Su questo, nei libri dei loro e nostri profeti stanno scritte parole che non sta a me ricordare.
Quell’assedio può vincere. Anche le legioni di Tito vinsero. Quando dalle mani dei palestinesi le pietre cadessero e – come auspicano i “falchi” di Israele – fra provocazione e disperazione, i palestinesi avversari della politica di distensione dell’Olp, prendessero le armi, allora la strapotenza militare israeliana si dispiegherebbe fra gli applausi di una parte dell’opinione internazionale e il silenzio impotente di odio di un’altra parte, tanto più grande. Il popolo della memoria non dovrebbe disprezzare gli altri popoli fino a crederli incapaci di ricordare per sempre.
Gli ebrei della Diaspora sanno e sentono che un nuovo e bestiale antisemitismo è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in giorno fra coloro che dalla violenza della politica israeliana (unita alla potente macchina ideologica della sua propaganda, che la Diaspora amplifica) si sentono stoltamente autorizzati a deridere i sentimenti di eguaglianza e le persuasioni di fraternità. Per i nuovi antisemiti gli ebrei della Diaspora non sono che agenti dello stato di Israele. E questo è anche l’esito di un ventennio di politica israeliana.
L’uso che questa ha fatto della diaspora ha rovesciato, almeno in Italia, i rapporto fra sostenitori e avversari di tale politica, in confronto al 1967. Credevano di essere più protetti e sono più esposti alla diffidenza e alla ostilità.
Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana e ebraismo. Va detto anzi che proprio la tradizione della sinistra italiana (da alcuni filoisraeliani sconsideratamente accusata di fomentare sentimenti razzisti) è quella che nei nostri anni ha più aiutato, quella distinzione, a mantenerla. Sono molti a saper distinguere e anch’io ero di quelli. Ma ogni giorno di più mi chiedo: come sono possibili tanto silenzio o non poche parole equivoche fra gli ebrei italiani e fra gli amici degli ebrei italiani? Coloro che ebrei o amici degli ebrei – pochi o molti, noti o oscuri, non importa – credono che la coscienza e la verità siano più importanti della fedeltà e della tradizione, anzi che queste senza di quelle imputridiscano, ebbene parlino finché sono in tempo, parlino con chiarezza, scelgano una parte, portino un segno. Abbiano il coraggio di bagnare lo stipite delle loro porte col sangue dei palestinesi, sperando che nella notte l’Angelo non lo riconosca; o invece trovino la forza di rifiutare complicità a chi quotidianamente ne bagna la terra, che contro di lui grida. Né mentano a se stessi, come fanno, parificando le stragi del terrorismo a quelle di un esercito inquadrato e disciplinato. I loro figli sapranno e giudicheranno.
E se ora mi si chiedesse con quale diritto e in nome di quale mandato mi permetto di rivolgere queste domande, non risponderò che lo faccio per rendere testimonianza della mia esistenza o del cognome di mio padre e della sua discendenza da ebrei. Perché credo che il significato e il valore degli uomini stia in quello che essi fanno di sé medesimi a partire dal proprio codice genetico e storico non in quel che con esso hanno ricevuto in destino. Mai come su questo punto – che rifiuta ogni «voce del sangue» e ogni valore al passato ove non siano fatti, prima, spirito e presente; sé che partire da questi siano giudicati – credo di sentirmi lontano da un punto capitale dell’ebraismo o da quel che pare esserne manifestazione corrente.
In modo affatto diverso da quello di tanti recenti, e magari improvvisati, amici degli ebrei e dell’ebraismo, scrivo queste parole a un’estremità di sconforto e speranza perché sono persuaso che il conflitto di Israele e di Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l’indipendenza e la libertà nazionale che il nostro secolo conosce fin troppo bene.
Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il braccio armato di una nazione, come la Francia agì in Algeria, gli Stati uniti in Vietnam o l’Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli Americani quelli del 1775 e i sovietici quelli del 1917, così gli ebrei, ben prima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri vasi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza, delle nostre parole e volontà. Non rammento, quale sionista si era augurato che quella eccezionalità scomparisse e lo stato di Israele avesse, come ogni altro, i suoi ladri e le sue prostitute. Ora li ha e sono affari suoi. Ma il suo Libro è da sempre anche il nostro, e così gli innumerevoli vivi e morti libri che ne sono discesi. E’ solo paradossale retorica dire che ogni bandiera israeliana da nuovi occupanti innalzata a ingiuria e trionfo sui tetti di un edificio da cui abbiano, con moneta o minaccia, sloggiato arabi o palestinesi della città vecchia di Gerusalemme, tocca all’interpretazione e alla vita di un verso di Dante o al senso di una cadenza di Brahms?
La distinzione fra ebraismo e stato d’Israele, che fino a ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse proprio dall’assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte almeno, quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro di noi.
Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e per la cultura d’Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea cristiana, Simone Weil ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere. Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria. Un poeta ha parlato del proscritto e del suo sguardo «che danna un popolo intero intorno ad un patibolo»: ecco, intorno ai ghetti di Gaza e Cisgiordania ogni giorno Israele rischia una condanna ben più grave di quelle dell’Onu, un processo che si aprirà ma al suo interno, fra sé e sé, se non vorrà ubriacarsi come già fece Babilonia.
La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazione palestinese; lo è, ripeto, dalla dissipazione che Israele viene facendo di un tesoro comune. Non c’è laggiù università o istituto di ricerca, non biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare l’accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica della sopraffazione induce nella vita e nella educazione degli israeliani.
E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici. Uno dei quali sono io. Se ogni loro parola toglie una cartuccia dai mitra dei soldati dello Tsahal, un’altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi. Parlino, dunque.

Franco Fortini, nato Franco Lattes (Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994), appartenente a una famiglia ebraica, è stato un poeta, critico letterario, saggista e intellettuale italiano. 

martedì 12 settembre 2017

IMMIGRANTI: LA MERCE NUMERO UNO


di LIVIO ZANOTTI 
                                                                                                 (Corrispondente della RAI - TV dall'America Latina)


Roma, settembre

I trafficanti, oggi, sono soprattutto arabi delle oltre 140 milizie e tribù in armi che spadroneggiano 
sul territorio libico, con o contro il governo di al-Serraj, interlocutore privilegiato del governo 
italiano, dice Emma Bonino, storica dirigente radicale ed ex ministro degli Esteri. Questi mercanti 
contrabbandano di tutto, dalle armi alla droga; e adesso controllano di fatto anche i campi in cui 
vengono recintati e stivati i profughi, privi di qualsiasi protezione, come merce respinta dai mercati 
e in attesa di non si sa quale destino. E’ difficile, infatti, pensare che nell’attuale frammentarietà 
della Libia ci sia un’istituzione con qualche parvenza di legalità capace di organizzarne il rimpatrio. 
Non c’era neppure con Gheddafi, adesso men che mai. 
Tenuti lontano dal nostro sguardo, prima o poi dimenticati dalle prime pagine dell’informazione 
internazionale, questi lager si configurano come bombe a orologeria, destinate a deflagrare con 
ancor più clamore di quelle che già affliggono luttuosamente i centri europei presi di mira dal 
terrorismo islamico. Vanno costituendo un debito umanitario che verrà presentato all’incasso in 
qualsiasi momento con interessi di usura. Il fenomeno migratorio è stato definito presso che 
unanimemente da storici e demografi, politici e commentatori come epocale, destinato a protrarsi 
per decenni, sia pure con fasi più o meno acute: possiamo davvero credere di avviarlo a soluzione 
affidandolo a organizzazioni improvvisate? 
E’ per riscattarli dalla genericità del branco in cui sono costretti, per ricordare la distinta 
individualità di ciascuno, dignità e speranze, che raccontiamo di seguito la storia di un pellegrino di 
quest’interminabile carovana di dannati della globalizzazione (tragico segno della sua più evidente 
contraddizione: abbattendo ogni barriera ne costruisce di nuove), già da qualche tempo approdato
in Italia che gli ha riconosciuto lo status di rifugiato:                                                                                     
la storia di As. *
Abbandonata alla deriva di tirannie e speculazioni, alle guerre fratricide, ai signori della guerra e 
all’ estremismo islamico, l’Africa sbarca clandestinamente in Europa alla disperata ricerca di 
sopravvivenza. Si chiama As l’uomo di sguardo vivace e aspetto robusto, la testa quasi calva e la 
faccia inquieta segnata dai patimenti, che mi si presenta un giorno accompagnato da un mio 
familiare. In Italia ha appena cominciato una nuova vita, profugo politico. E’ fuggito da Mogadiscio 
per sottrarsi alla persecuzione degli al- Shabaab , la milizia fondamentalista legata ad Al Qaeda . 
Volevano arruolarlo a forza e per vendicarsi della fuga il giorno seguente hanno fatto irruzione 
nella sua casa. Erano in due: con una raffica di mitra gli hanno assassinato il padre e la neonata che
in quel momento teneva tra le braccia, ferito la moglie e madre della bimba, Han. Gli altri tre figli 
(Ad, Is e Ran), tra i 7 e i 12 anni, sono corsi a rifugiarsi da uno zio. Spinta da un’incontenibile 
panico, la donna è fuggita. Su una terra stritolata da congiure e odi tribali, in cui appena un soffio 
separa la vita dalla morte, neppure i sentimenti materni sono al sicuro da oscuri istinti primordiali.
 Sopravvivenze illegali , costrette ad attraversare frontiere cosparse di tagliole, i fuggiaschi sono 
niente più che indifesa selvaggina per cacciatori da tempo ormai ridotti a loro volta a fameliche 
bestie che pur di catturare la preda frodano ogni rispetto umano, qualsiasi regola di quelle poche 
1​
che hanno preservato la nostra specie nei cataclismi millenari. Questa caccia dell’uomo all’uomo 
corre di nuovo lungo tutti i continenti.
As è un sopravvissuto allo sterminio. La sua fuga è più dolorosa di quella di Giuseppe in Egitto, 
reale, certa e comune ad altre decine e centinaia di migliaia, milioni di perseguitati dalla 
sopraffazione e dalla miseria su tre continenti. Sono numerosi e non meno sanguinari gli Erode che
dalla Mesopotamia all’ equatore nero e al sudest asiatico vogliono uccidere i bambini e i loro padri 
e madri, chiunque tenti di sfuggire a una sottomissione settaria e violentissima, del tutto priva di 
quella misericordia che pure predicava con la medesima forza con cui faceva proseliti l’ ultimo dei 
profeti , Maometto, il Lodato da Allah .
Non finivo più di scappare, nascondermi, scappare, scappare: di giorno sui camion e quando si 
fermavano perchè col buio gli autisti temono brutti incontri, proseguivo a piedi. Facciamo tutti così.
Ombre incolonnate mantenute in fila dalla paura. La notte le iene perlustrano le radure. In quelle 
più chiare il loro dorso grigio spelacchiato diventa argenteo sotto i riflessi della luna. Sfiorano e 
qualche volta attraversano con spavalderia le piste di terra battuta e anche le strade asfaltate. Nell’ 
oscurità, quelle bestiacce lanciano riflessi che fanno gelare il sangue. Possono restare a lungo nel 
medesimo posto, anche ore: girano in circolo mentre fiutano l’aria. 
A un tratto annusano qualcosa e il capo branco parte di corsa con dietro tutte le altre. Ne ho viste 
fino a una dozzina. Quando scompaiono, salti giù dall’ albero su cui uno si è rifugiato, se è una 
palma ti sanguinano le mani per i tagli. Sempre finisci mezzo scorticato. E riprendi la marcia 
cercando di stare contro vento. Nella savana la vita è così. Con le zanzare che ti entrano nelle 
orecchie; se ti stendi a terra per riposare puoi risvegliarti con la tasca in cui conservi un uovo sodo 
o una frittella di segala trasformata in un brulicante formicaio. O non risvegliarti più...
“ Muqdisho –in  soomaali  si chiama così -  non è Roma ma è pur tuttavia una città: quando ci alziamo 
dal letto al mattino, noi infiliamo i piedi nelle scarpe. Fuori della porta la strada è sempre affollata, 
traffico da ogni parte. Non mancano i serpenti, ma sono una metafora. Negli anni, molti quartieri 
sono stati distrutti dai combattimenti, schegge di una guerra civile a tratti latente. Gli scontri tra i 
clan Habargidir e Ab Gaal all’inizio, poi Ali Mahdi contro Mohammad Farrah Aidid, i signori della 
guerra ; infine i terroristi, gli attentati. Quando cessano di sparare, però, non dirò che tutto torna 
come prima; ma di nuovo è possibile andare al bar. Si riprende a respirare.
Ero proprietario di un cinema all’ aperto, un’arena, dite voi: il Waberi , lo conoscevano tutti. 
Proiettavo soprattutto film americani, ma anche qualcuno italiano. Con le Corti islamiche -fine anni 
Ottanta- si sono complicate le cose, però mi arrangiavo. Lo stesso Mahdi, un tipaccio, non era 
intrattabile. Ma nel 2006 arrivano gli al Shabaab :”Tu buon musulmano, non puoi fare film 
americani”, mi dicono. Riesco a procurarmi quelli indiani. Mostro il calcio, il calcio non ha religione:
anzi, le comprende tutte. Quella sera di fine dicembre –me lo ricordo bene-, c’erano mille e 600 
persone a seguire Liverpool-Milan. Hanno tirato il grilletto entrando di corsa e subito sono partite 
le raffiche, urla, esplosioni: otto morti e chissà quanti feriti, povera gente
Sono stato colpito anch’io, a una mano e alla schiena, guarda le cicatrici, guarda... Ho sentito un 
bruciore, perdevo sangue. A Mogadiscio non ci sono più ospedali. Sono corso a rifugiarmi in casa di
un amico, un infermiere. Lui è andato in farmacia a comprare il necessario per medicarmi e mi ha 
tenuto nascosto 3 giorni. Mio padre mi ha fatto arrivare del denaro e sono partito di notte per l’ 
Etiopia, ad Addis Abeba abbiamo qualche conoscenza. Quando ho saputo che potevo tornare 
erano passati 3 mesi. Gli al Shabaab erano sempre lì. E si sono rifatti subito vivi. 

l’autista: tra l’indice e il pollice della mano destra stringe uno scorpione nero, velenosissimo, e ci
guarda...
Di fronte a noi parlano dai cellulari, non sappiamo con chi. Mi sembra di capire che rassicurino l’ 
interlocutore che tutti stiamo pagando. Ripartiamo. Il viaggio però dura poco. Dovrebbero condurci
in un posto in cui sia possibile almeno bere un pò d’ acqua, lavarci la faccia, avere un minimo di 
riposo. Invece ci fanno scendere davanti a una caserma e ci consegnano alla polizia libica che ci 
arresta tutti per ingresso clandestino. Il giorno dopo veniamo trasferiti nel carcere di Sawiya. Mi 
mettono con altri quattro in una cella di pochi metri quadrati e due soli giacigli sulla terra battuta. 
Niente cibo, un secchio d’acqua a cella per bere e tutto il resto. Nella notte gelida arrivano a farti 
compagnia i topi, a decine, se non ti difendi ti rosicchiano le dita dei piedi. Oscenità e maledizioni 
in varie lingue mi riempiono le orecchie. Ci sono soprattutto arabi e somali tanto tra i viaggiatori 
quanto tra i trafficanti. Io sono stordito, arrabbiato con me stesso per non essere stato più cauto. 
Questo mi dice la testa che mi bolle dentro. Il corpo ne sa di più, è più saggio: ha imparato a 
resistere e riesce a farlo anche questa volta. 
E’ necessario essere pazienti per salvare la vita: lo ripeto a me stesso come una litania per calmare 
la rabbia che mi divora e poi per spronarmi, non sprofondare nel fatalismo dei miei compagni di 
prigione. Devo capire dove siamo, com’è la routine  del carcere. Il venerdi ci fanno uscire tutti all’ 
aria aperta, ammucchiati sul piazzale, per la preghiera. In lontananza ma nitide vediamo due 
ciminiere che sputano un fumo denso e nerissimo. 
 E’ una raffineria”, mi dice un libico incarcerato perchè ruba capre (“Altrimenti niente mangiare e 
poi le capre le ha fatte Allah, e le ha fatte per tutti”, si giustifica). A nord-ovest delle ciminiere dev’ 
esserci il mare, il Mediterraneo, mi spiega un altro. Ci sono momenti in cui sento che ce la posso 
fare, che ce la farò ad arrivare in Italia. E’ un momento. In quello seguente mi guardo attorno e 
tremo dall’ angoscia di restare preso in questa trappola. Una delle guardie è un sadico, lo si 
riconosce dalla faccia, lo sguardo affamato, da lupo.
     Passano altri dodici venerdi di preghiera e di pena. Al tredicesimo siamo in 6, d’ accordo per 
fuggire. Abbiamo corrotto un guardiano: 300 dollari. Dobbiamo arrangiarcela per restare tra gli 
ultimi, in modo che tutti siano rivolti alla parte opposta a quella su cui si affaccia la porta carraia, 
sul retro, dove lui ci farà uscire. Riusciamo a restare in fondo a tutti, ultimi degli ultimi. Spiamo 
furtivamente da ogni parte. Ma lui non si presenta. Nessuno che lo sostituisca. Il guardiano più 
vicino è a 20 metri. Non capiamo se per noi sia meglio o peggio... 
Scambiamo un paio d’occhiate e decidiamo di tentare. Retrocediamo lentamente, senza il minimo 
rumore. Prima in ginocchio, trascinandoci sul terreno; poi, appena individuata la porta, la 
raggiungiamo in quattro salti: è solo socchiusa! Siamo fuori in un lampo. Corriamo come conigli 
selvatici. . . Mi sta per scoppiare il petto quando mi guardo attorno: gli altri sono scomparsi e non 
mi metto certo a cercarli. Ciascuno ha preso la sua via.
     Il sole sta scendendo rapido dietro le dune quando incrocio la grande pista di sabbia che porta a 
bin Qasim , una vecchia capitale della Cirenaica (ma questo lo apprendo dopo). E’ invasa da 
dozzine di cammelli carichi di pacchi voluminosi avvolti in plastica, una lunga carovana diretta a 
occidente che procede lentamente e in disordine. Un motociclista va avanti e indietro per 
assicurarsi che non si disperdano troppo, come fa un cane pastore con le pecore: frena i 
cammellieri più veloci e incita quelli rimasti in coda. 
La seconda o terza volta che mi passa davanti gli sventolo in faccia un biglietto da 20 dollari. Ferma 
con una slittata che per poco non lo trascina a terra, e accetta di portarmi fino all’ incrocio con la 
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camionabile per Bengasi. Ma poi di lì per arrivare a Tripoli non trovo di meglio che ricadere 
nuovamente in braccio ai soliti mediatori somali, che mi spillano altri 2mila dollari. Il denaro che 
abbiamo difeso passandocelo da uno all’altro nelle perquisizioni sparisce così... Come la solidarietà 
tra noi dannati.  
     Mi resta in tasca appena il necessario per pagarmi un paio di polpette fritte quando un 
compagno di viaggio mi guida alla nostra vecchia ambasciata, dietro il lungomare e piazza dei 
Martiri, da anni occupata da somali come me bisognosi di un rifugio. E’ ridotta male, i due piani 
della villetta sono affollati e sporchi, un puzzo perenne di cipolla putrefatta . Mi sistemo in un 
angolo sotto una finestra. Attraverso Western Union chiedo di nuovo aiuto a mia sorella a Londra. 
Lei mi fa avere altri 5mila dollari, avvertendomi che sono gli ultimi: con questi fanno 14 mila e non 
è in condizione di mandarmene altri. Senza di lei sarei già morto. Ma anche così non è affatto detto
che mi salvi. Ogni passo è a rischio. Cercare un imbarco per l’Italia richiede prudenza: i trafficanti 
vogliono essere pagati prima, senza dare in cambio alcuna garanzia; Gheddafi non amava i profughi
e men che meno quelli somali. 
      Però ucciso lui è diventato peggio... L’ansia della mia traversata su un gommone che in vista di 
Lampedusa s’è afflosciato come carta straccia svanisce, davanti ai naufragi che negli ultimi tempi 
hanno riempito il mare di cadaveri corrosi dalla salsedine e smozzicati dai pesci. Ma non posso 
dimenticare quella donna assetata alla quale abbiamo impedito di bere l’acqua del mare perché le 
avrebbe bruciato lo stomaco. Con la lingua cercava le lagrime che le scendevano sulla faccia.
Quando è morta le ho visto la bocca ridotta a una piaga sanguinolenta. Qualcuno aveva ancora un 
pò d’acqua, l’ha tenuta per sè... Là sopra stai così stretto agli altri che quasi soffochi, eppure sei 
solo: devi concentrarti a ogni costo su te stesso se vuoi sperare di sopravvivere, negli occhi non hai 
i vicini ma le migliaia di chilometri che ti sei lasciato dietro e quanto manca alla salvezza, tutto il 
resto scivola via con le onde che t’inzuppano e ti lasciano intirizzito.  
Livio Zanot
Ildiavolononmuoremai.it
* Per considerazioni di riservatezza, il nome del protagonista e quelli dei suoi familiari non sono citati per esteso.

Russia e Cina contro l’impero del dollaro



di Manlio Dinucci

Un vasto arco di tensioni e conflitti si estende dall’Asia orientale a quella centrale, dal Medioriente all’Europa, dall’Africa all’America latina. I «punti caldi» lungo questo arco intercontinentale – Penisola coreana, Mar Cinese Meridionale, Afghanistan, Siria, Iraq, Iran, Ucraina, Libia, Venezuela e altri – hanno storie e caratteristiche geopolitiche diverse, ma sono allo stesso tempo collegati a un unico fattore: la strategia con cui «l’impero americano d’Occidente», in declino, cerca di impedire l’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali. 

Che cosa Washington tema lo si capisce dal Summit dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) svoltosi il 3-5 settembre a Xiamen in Cina. Esprimendo «le preoccupazioni dei Brics sull’ingiusta architettura economica e finanziaria globale, che non tiene in considerazione il crescente peso delle economie emergenti», il presidente russo Putin ha sottolineato la necessità di «superare l’eccessivo dominio del limitato numero di valute di riserva». 
Chiaro il riferimento al dollaro Usa, che costituisce quasi i due terzi delle riserve valutarie mondiali e la valuta con cui si determina il prezzo del petrolio, dell’oro e di altre materie prime strategiche. Ciò permette agli Usa di mantenere un ruolo dominante, stampando dollari il cui valore si basa non sulla reale capacità economica statunitense ma sul fatto che vengono usati quale valuta globale. 

Lo yuan cinese è però entrato un anno fa nel paniere delle valute di riserva del Fondo monetario internazionale (insieme a dollaro, euro, yen e sterlina) e Pechino sta per lanciare contratti di acquisto del petrolio in yuan, convertibili in oro. 

I Brics richiedono inoltre la revisione delle quote e quindi dei voti attribuiti a ciascun paese all’interno del Fondo monetario: gli Usa, da soli, detengono più del doppio dei voti complessivi di 24 paesi dell’America latina (Messico compreso) e il G7 detiene il triplo dei voti del gruppo dei Brics. 

Washington guarda con crescente preoccupazione alla partnership russo-cinese: l’interscambio tra i due paesi, che nel 2017 dovrebbe raggiungere gli 80 miliardi di dollari, è in forte crescita; aumentano allo stesso tempo gli accordi di cooperazione russo-cinese in campo energetico, agricolo, aeronautico, spaziale e in quello delle infrastrutture.

L’annunciato acquisto del 14% della compagnia petrolifera russa Rosneft da parte di una compagnia cinese e la fornitura di gas russo alla Cina per 38 miliardi di metri cubi annui attraverso il nuovo gasdotto Sila Sibiri, che entrerà in funzione nel 2019, aprono all’export energetico russo la via ad Est mentre gli Usa cercano di bloccargli la via ad Ovest verso l’Europa. 
Perdendo terreno sul piano economico, gli Usa gettano sul piatto della bilancia la spada della loro forza militare e influenza politica. La pressione militare Usa nel Mar Cinese Meridionale e nella penisola coreana, le guerre Usa/Nato in Afghanistan, Medioriente e Africa, la spallata Usa/Nato in Ucraina e il conseguente confronto con la Russia, rientrano nella stessa strategia di confronto globale con la partnership russo-cinese, che non è solo economica ma geopolitica. 

Vi rientra anche il piano di minare i Brics dall’interno, riportando le destre al potere in Brasile e in tutta l’America latina. Lo conferma il comandante dello U.S. Southern Command, Kurt Tidd,  che sta preparando contro il Venezuela l’«opzione militare» minacciata da Trump: in una audizione al senato, accusa Russia e Cina di esercitare una «maligna influenza» in America latina, per far avanzare anche qui «la loro visione di un ordine internazionale alternativo».

(il manifesto, 12 settembre 2017)