venerdì 24 novembre 2017

Verdetto Mladic. Parla l'ex legale canadese di Milosevic: "E' un capro espiatorio per coprire i crimini della NATO"



All'AntiDiplomatico Cristopher Black rivela: "L’ICTY è un tribunale fantoccio che ha utilizzato metodi fascisti di giustizia per attuare l'agenda Nato di conquista dei Balcani"


Tutti i mezzi di informazione di massa hanno dato ieri e per l’intera giornata la notizia della condanna da parte del tribunale delle Nazioni Unite del generale Ratko Mladic. I giudici del Tribunale Onu hanno ritenuto colpevole il generale serbo della maggior parte delle accuse risalenti alla guerra del 1992-1995, in particolare il famigerato massacro di Srebrenica. Mladic si era sempre dichiarato non colpevole di tutte le accuse.


Il giudice presidente Alphons Orie ha dichiarato alla lettura della sentenza che il Tribunale ha scoperto che le azioni di Mladic durante la guerra erano "tra le più atroci conosciute dal genere umano" e costituivano un “genocidio”. Mladic, che ha ascoltato il verdetto da una stanza limitrofa dopo che ha tentato varie volte di disturbare la lettura, è stato condannato all’ergastolo. Secondo quello che riporta il figlio del generale, Darko, in un’intervista a TASS,  suo padre in aula ha detto: "Sono tutto bugie, questo è un tribunale della NATO!"

Come AntiDiplomatico abbiamo ascoltato per un commento Cristopher Black, canadese, uno dei giuristi penali internazionali più importanti al mondo e colui che per anni è stato il legale che ha difeso l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic dalle accuse mossegli dallo stesso Tribunale ONU. In pochi conoscono la storia del Tribunale per l'ex Jugoslavia come lui.


L'intervista: 

Signor Black, il Tribunale criminale internazionale per le Nazioni Uniti ha condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra il generale Ratko Mladic. Quali sono i suoi primi commenti?

C.B. Si tratta di un’altra umiliazione per la Jugoslavia e la Serbia da parte della Nato. E’ chiaro a tutti che dalla sua creazione, dal finanziamento, dai metodi e dall’arruolamento del personale che questo è stato un Tribunale della Nato. Quello che dico è confermato da quanto dichiarava ieri poco dopo la lettura del verdetto proprio il Segretario Generale delle Nazioni Unite che ha detto di ‘accogliere positivamente la decisione… i Balcani occidentali sono di importanza strategica per la nostra Alleanza’. 
In altre parole, questa condanna aiuta la Nato a consolidare la sua presa sui Balcani, tenendo i serbi e i socialisti intimiditi e sottomessi. Il Generale Mladic è un capro espiatorio per i crimini di guerra dell’Alleanza Atlantica. Crimini commessi in tutta la Jugoslavia che il Tribunale ONU ha coperto. L’ICTY ha in questo modo agevolato la Nato a commettere ulteriori crimini di guerra da allora. 


Secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, il giordano Zeid Raad al-Hussein, "Mladic è l’incarnazione del Male, ma non è scappato alla giustizia”. Quale è la sua opinione di Mladic nel lungo studio che ha compiuto sui fatti tragici accorsi in Ex Jugoslavia?  

C.B.: Il Generale Mladic è un soldato falsamente accusato dal Tribunale della Nato. E questo perché ha cercato di difendere il suo popolo da un’aggressione. Lui è, come ho detto in precedenza, il capro espiatorio per coprire i crimini della NATO. E’ un uomo che ha  avuto il coraggio di combattere il male, vale a dire l’impero della Nato e i suoi alleati locali. E’ una vittima.

Come ex legale di Milosevic, come giudica il lavoro del Tribunale ad hoc per i crimini commessi in ex Jugoslavia che, dopo la sentenza Mladic, si scioglierà tra pochi giorni?

C.B.: L’ICTY si è dimostrato essere esattamente quello che doveva essere, un tribunale fantoccio che ha utilizzato metodi fascisti di giustizia e che si è impegnato nel portare avanti un processo selettivo per attuare l'agenda della NATO di conquista dei Balcani. E questo come preludio all'aggressione contro la Russia che stiamo osservando in questi giorni. Quello che i media non scrivevano ieri nel racconto che hanno dato del verdetto Mladic è che la Nato ha utilizzato il tribunale come un mezzo di propaganda per fabbricare una storia assolutamente falsa sugli eventi, al fine di coprire i suoi crimini, per mantenere le ex repubbliche di Jugoslavia sotto il suo dominio e per giustificare quell'aggressione e l'occupazione. E’ un’onta per tutta la civiltà.

Alessandro Bianchi

ELEZIONI IN CILE: SORPRESA!


Candidati alla presidenza del Cile 2017

di Livio Zanotti 


Deciderà il ballottaggio tra un mese, ma l’esito del primo voto – la passata domenica 19 – ha scompigliato i pronostici: il favorito della vigilia alle elezioni politiche generali, il milionario ed ex presidente (2010-2014) Sebastian Piñera, leader indiscusso della destra accreditato di un 40/45 per cento dei suffragi, si è fermato sotto il 37. Il socialista Alejandro Guillier, un outsider che alle primarie aveva però sconfitto il liberalsocialista Ricardo Lagos, un ex capo di stato (2000-2006) e prestigioso economista, ha ottenuto tra il 22 e il 23, che sebbene al di sotto delle attese gli apre le porte del secondo turno.

La candidata Beatriz Sanchez

La sorpresa è tutta a sinistra. La candidata del “Frente Amplio”, d’ispirazione uruguaiana ma che guarda anche al “Podemos” spagnolo, Beatriz Sanchez, fervente sostenitrice delle avanzate riforme della presidente Bachelet, ha infatti superato il 20 per cento e il suo apporto sarà fondamentale nel ballottaggio del 17 dicembre. Nelle prossime quattro settimane le trattative dei due candidati con i loro possibili alleati deciderà l’elezione del nuovo Presidente del Cile. Il senatore Guillier, che viene dal mondo della scuola, un settore della società cilena che si è particolarmente mobilitato in questa sfida elettorale, dovrà negoziare in primo luogo con lei. Ciò che accentuerà i contenuti sociali del suo programma.

Ricardo Lagos, il primo a chiamare Guillier appena noti i risultati, ha commentato che anche gli altri candidati del centro-sinistra saranno con ogni probabilità indotti a convogliare i propri elettori verso il senatore socialista. E le felicitazioni che gli hanno rivolto pubblicamente la democristiana Carolina Goic (5,9%) e il progressista, figlio di una vittima della dittatura di Pinochet, Marcos Enriquez-Ominami (5,7%), vengono interpretati in tal senso. Ma per assicurarsi la necessaria maggioranza, tanto Guillier quanto Piñera dovranno affrontare e scalfire almeno il muro dell’astensionismo, che nell’ultima consultazione ha raggiunto il livello-record del 53 per cento. Un forte allarme per l’intero sistema democratico.

mercoledì 22 novembre 2017

Per liberare l’Italia dalle atomiche non basta una firma



di Manlio Dinucci

L’Ican, coalizione internazionale di organizzazioni non-governative insignita del Premio Nobel per la Pace 2017, comunica che 243 parlamentari italiani hanno firmato l’Impegno Ican a promuovere la firma e la ratifica da parte del Governo italiano del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, adottato dalle Nazioni Unite il 7 luglio 2017. 
 
All’Articolo 1 il Trattato stabilisce che «ciascuno Stato parte si impegna a non permettere mai, in nessuna circostanza, qualsiasi stazionamento, installazione o spiegamento di qualsiasi arma nucleare nel proprio territorio; a non ricevere il trasferimento di armi nucleari né il controllo su tali armi direttamente o indirettamente». All’Articolo 4 il Trattato stabilisce: «Ciascuno Stato parte che abbia sul proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, deve assicurare la rapida rimozione di tali armi».

Impegnandosi a promuovere l’adesione dell’Italia al Trattato Onu, i 243 parlamentari si sono quindi impegnati a promuovere: 

  1. la rapida rimozione dal territorio italiano delle bombe nucleari Usa B-61 e la non-installazione delle nuove B61-12 e di qualsiasi altra arma nucleare;
  2. l’uscita dell’Italia dal gruppo di paesi che, nella Nato, «forniscono all’Alleanza aerei equipaggiati per trasportare bombe nucleari, su cui gli Stati uniti mantengono l’assoluto controllo, e personale addestrato a tale scopo» (The role of NATO’s nuclear forces);
  3. l’uscita dell’Italia dal Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, in base all’Articolo 18 del Trattato Onu che permette agli Stati parte di mantenere gli obblighi relativi a precedenti accordi internazionali solo nei casi in cui essi siano compatibili col Trattato.


I parlamentari che hanno firmato tale impegno appartengono ai seguenti gruppi: 95 al Partito democratico, 89 al Movimento 5 Stelle, 25 ad Articolo 1-Mdp, 24 a Sinistra italiana-Sel, 8 al Gruppo misto, 2 a Scelta civica. 

Nel dibattito alla Camera, il 19 settembre scorso, solo i gruppi Sinistra italiana-Sel e Articolo 1-Mdp hanno chiesto la rimozione delle armi nucleari dall’Italia, come prescrive il  Trattato di non-proliferazione, e l’adesione al Trattato Onu. 

Il Movimento 5 Stelle ha chiesto al governo solo di «relazionare al Parlamento sulla presenza in Italia di armi nucleari e dichiarare l'indisponibilità dell'Italia ad utilizzarle». 

La Lega Nord ha chiesto di «non rinunciare alla garanzia offerta dalla disponibilità statunitense a proteggere anche nuclearmente l'Europa e il nostro paese». 

Il Partito democratico – con la mozione di maggioranza approvata nella stessa seduta anche con i voti di Gruppo misto, Scelta civica, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Alternativa popolare, Democrazia solidale – ha impegnato il governo a «continuare a perseguire l'obiettivo di un mondo privo di armi nucleari» (mentre mantiene in Italia armi nucleari violando il Trattato di non-proliferazione) e a «valutare, compatibilmente con gli obblighi assunti in sede di Alleanza atlantica, la possibilità di aderire al Trattato Onu». Il Governo ha espresso «parere favorevole» ma il giorno dopo, insieme agli altri 28 del Consiglio nord-atlantico, ha respinto in toto e attaccato il Trattato Onu.

I parlamentari di Pd, Gruppo misto e Scelta civica, e quelli del M5S, che hanno firmato l’Impegno Ican differenziandosi dalle posizioni dei loro gruppi,  devono a questo punto dimostrare di volerlo mantenere, promuovendo con gli altri una chiara iniziativa parlamentare perché l’Italia firmi e ratifichi il Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari. 

Lo deve fare in particolare Luigi Di Maio, firmatario dell’Impegno Ican, per la sua posizione rilevante di candidato premier. Aspettiamo di vedere nel suo programma di governo l’impegno ad aderire al Trattato Onu, liberando l’Italia dalle bombe nucleari Usa e da qualsiasi altra arma nucleare.
 
(il manifesto, 19 novembre 2017

Nasce la Pesco costola della Nato


di Manlio Dinucci
 

Dopo 60 anni di attesa, annuncia la ministra della Difesa Roberta Pinotti, sta per nascere a dicembre la Pesco, «Cooperazione strutturata permanente» dell’Unione europea nel settore militare, inizialmente tra 23 dei 27 stati membri. 

Che cosa sia lo spiega il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Partecipando al Consiglio degli affari esteri dell’Unione europea, egli sottolinea «l’importanza, evidenziata da tanti leader europei, che la Difesa europea debba essere sviluppata in modo tale da essere non competitiva ma complementare alla Nato». 

Il primo modo per farlo è che i paesi europei accrescano la propria spesa militare: la Pesco stabilisce che, tra «gli impegni comuni ambiziosi e più vincolanti» c’è «l'aumento periodico in termini reali dei bilanci per la Difesa al fine di raggiungere gli obiettivi concordati». Al budget in continuo aumento della Nato, di cui fanno parte 21 dei 27 stati della Ue, si aggiunge ora il Fondo europeo della Difesa attraverso cui la Ue stanzierà 1,5 miliardi di euro l’anno per finanziare progetti di ricerca in tecnologie militari e acquistare sistemi d’arma comuni. Questa sarà la cifra di partenza, destinata a crescere nel corso degli anni. 

Oltre all’aumento della spesa militare, tra gli impegni fondamentali della Pesco ci sono «lo sviluppo di nuove capacità e la preparazione a partecipare insieme ad operazioni militari». Capacità complementari alle esigenze della Nato che, nel Consiglio Nord Atlantico dell’8 novembre, ha stabilito l’adattamento della struttura di comando per accrescere, in Europa, «la capacità di rafforzare gli Alleati in modo rapido ed efficace». 

Vengono a tale scopo istituiti due nuovi comandi. Un Comando per l’Atlantico, con il compito di mantenere «libere e sicure le linee marittime di comunicazione tra Europa e Stati uniti, vitali per la nostra Alleanza transatlantica». Un Comando per la mobilità, con il compito di «migliorare la capacità di movimento delle forze militari Nato attraverso l’Europa». 

Per far sì che forze ed armamenti possano muoversi rapidamente sul territorio europeo, spiega il segretario generale della Nato, occorre che i paesi europei «rimuovano molti ostacoli burocratici». Molto è stato fatto dal 2014, ma molto ancora resta da fare perché siano «pienamente applicate le legislazioni nazionali che facilitano il passaggio di forze militari attraverso le frontiere». La Nato, aggiunge Stoltenberg, ha inoltre bisogno di avere a disposizione, in Europa, una sufficiente capacità di trasporto di soldati e armamenti, fornita in larga parte dal settore privato. 

Ancora più importante è che in Europa vengano «migliorate le infrastrutture civili – quali strade, ponti, ferrovie, aeroporti e porti – così che esse siano adattate alle esigenze militari della Nato». In altre parole, i paesi europei devono effettuare a proprie spese lavori di adeguamento delle infrastrutture civili per un loro uso militare: ad esempio, un ponte sufficiente al traffico di pullman e autoarticolati dovrà essere rinforzato per permettere il passaggio di carrarmati. 

Questa è la strategia in cui si inserisce la Pesco, espressione dei circoli dominanti europei che, pur avendo contrasti di interesse con quelli statunitensi, si ricompattano nella Nato sotto comando Usa quando entrano in gioco gli interessi fondamentali dell’Occidente messi in pericolo da un mondo che cambia. Ecco allora spuntare la «minaccia russa», di fronte alla quale si erge quella «Europa unita» che, mentre taglia le spese sociali e chiude le sue frontiere interne ai migranti, accresce le spese militari e apre le frontiere interne per far circolare liberamente soldati e carrarmati.

(il manifesto, 21 novembre 2017)

domenica 19 novembre 2017

LE ELEZIONI CILENE



di Livio Zanotti


Un elettorato scontento che configura l’astensionismo come primo partito con un 50 per cento, un centro-sinistra legalmente separato dopo quasi 30 anni di più o meno felice convivenza e una sinistra a sua volta divisa di fatto, richiamano situazioni europee da oltre 14mila chilometri a sud-ovest del vecchio continente, dall’altra parte del pianeta, nella punta estrema del Sudamerica. E’ il selfie che i cileni fanno del proprio stesso paese all’immediata vigilia delle elezioni presidenziali che sceglieranno anche il nuovo Parlamento e i consigli che governeranno le regioni. Un altro esempio di come l’economia globalizzata accentua le tensioni dei sistemi politici nazionali dell’Occidente, prescindendo sostanzialmente da diversità istituzionali e distanze geografiche.
Sconfitto Pinochet, il Cile era tornato alla storica suddivisione dell’elettorato in tre terzi: sinistra, centro, destra, ciascuno con un 30 per cento circa. Che però si misuravano riuniti in due schieramenti: centro-destra vs. centro-sinistra. Negli ultimi mesi la decomposizione di quest’ultima coalizione e il moltiplicarsi dei soggetti ha fatto saltare anche il sistema elettorale, che è diventato proporzionale. I concorrenti adesso sono otto. Vero che al secondo turno andranno soltanto i primi due, ma la frammentazione implica una dispersione significativa e comunque testimonia concretamente lo sfilacciarsi di una società certamente limitata nei numeri ma nella sua storia contrapposta per grandi blocchi.

Sebastián Piñera


I pronostici sono a questo punto tutti per il candidato della destra, che presenta un identikit mainstream: l’imprenditore milionario Sebastian Piñera, uno degli uomini più ricchi del Cile, peraltro già capo di stato dal 2010 al 2014. Almeno al primo turno, quando pur in vantaggio su tutti gli altri ben difficilmente riuscirà a passare. Ed è pensando al ballottaggio fissato per il 7 dicembre ch’egli promette moderazione, autodefinendosi espressione di una “destra moderna”, a cui spera dia apporto anche gran parte dell’elettorato democristiano in passato sostenitore del centro-sinistra. Anche in questo Cile cresciuto essenzialmente con i governi progressisti fino a diventare un modello internazionalmente celebrato, a decidere la sfida sarà così la classe media urbana.
Al suo secondo mandato, Michelle Bachelet è arrivata 4 anni fa sostenuta da un forte prestigio personale e da un favore popolare che era un invito ad approfondire le riforme per farla finita una volta per tutte con la pesante eredità della dittatura militare di Pinochet e meglio sostanziare la democrazia. Ha creduto di soddisfare il suo progetto affrontando il potenziamento della scuola pubblica, la depenalizzazione dell’aborto, rendendo più progressivo il sistema fiscale, creando un apposito ministero per accompagnare il riconoscimento culturale e sociale dei popoli originari, degli indios, come vengono più spesso indicati i primi abitanti del continente incontrato da Colombo e colonizzato dalla Conquista spagnola. Neppure i suoi l’hanno seguita compatti.


Michele Bachelet

Ostacoli politici e limiti di bilancio hanno trattenuto più o meno a metà strada tutte queste iniziative. E come spesso accade in certi casi, all’insoddisfazione degli avversari per quanto è stato fatto si è sommata quella dei sostenitori per ciò che non è stato possibile fare. Democristiani e liberalsocialisti (il cui candidato, l’ex Presidente Ricardo Lagos, prestigioso e competente ma non immacolato, è stato respinto alle primarie in favore di un outsider) rimproverano Bachelet di aver preferito l’alleanza con i comunisti. Ma per la Presidente la questione centrale è un’altra e ha carattere strategico: il paese non potrà svilupparsi ulteriormente senza prima realizzare una piena democrazia dei diritti. Ciò implica una diversa ripartizione delle risorse rispetto al passato. Di qui scontri e fratture

Fonte: http://www.ildiavolononmuoremai.it/di-qua-e-di-la-del-mare/

mercoledì 15 novembre 2017

I carcerieri incatenati di Gaza


di Amira Hass


Funzionari dell'ANP prendono il controllo della parte palestinese del varco di Erez a Gaza
Gli israeliani si rifiutano di capire che Gaza è una gigantesca prigione e che noi siamo i carcerieri.

Ho visto gazawi felici. Un giornalista di Kan, l’emittente pubblica israeliana, alcuni giorni fa è andato al checkpoint di Erez, ha sbattuto un microfono e una telecamera in faccia agli abitanti della Striscia di Gaza e li ha stimolati a sospirare di sollievo. Fantastico! Il posto di controllo di Hamas dal lato di Gaza è stato tolto e il barbuto personale di sicurezza non ci ha interrogati.
L’impressione che si ricava dal servizio televisivo e da un precedente reportage su Haaretz è che l’unico ostacolo che affrontano quelli che vogliono lasciare Gaza sia Hamas, ma ci sono alcune domande che non sono state fatte ai gazawi sul confine, insieme alle risposte che ne sarebbero seguite:
D. Adesso, dopo la rimozione dei posti di blocco di Hamas, chiunque voglia lasciare Gaza può farlo? R. Stai scherzando? Dal 1991 noi possiamo andarcene solo con l’autorizzazione di Israele.
D. Quanto dura il periodo di attesa per un permesso di uscita israeliano? R. Circa 50 giorni. A volte solo un intervento legale da parte di un’organizzazione israeliana come il ‘Centro legale Gisha per la libertà di movimento’ o ‘Medici per i diritti umani’ può far ottenere un permesso.
D. Quali sono gli strumenti di controllo al checkpoint israeliano? R. Uno scanner girevole, istruzioni gridate con i megafoni, a volte una perquisizione personale.
D. Che cosa vi è consentito portare? R. Non si possono portare computer portatili, panini, valigie con le ruote o deodoranti.
D. Oltre a quelli della Jihad islamica e di Hamas, a chi è vietato uscire? R. La maggior parte della gente non può uscire. La figlia di un mio vicino è stata in cura a Gerusalemme negli scorsi nove mesi e lui sta ancora aspettando un permesso per andare a visitarla. Lo stesso vale per tre amici che hanno avuto bisogno di un esame medico di controllo l’anno scorso. Giovani che vorrebbero studiare in Cisgiordania non possono farlo perché Israele non glielo consente. Circa 300 studenti che hanno avuto la possibilità di studiare all’estero stanno aspettando un permesso ed il loro visto è a rischio.
D. Sei stato interrogato dal servizio di sicurezza (interno) israeliano Shin Bet? R. Non oggi. Ma a volte arriviamo al checkpoint e ci prendono da parte, ci fanno sedere su una sedia per un giorno intero ed alla fine ci fanno alcune domande sui vicini di casa, per 10 minuti, o ci mandano a casa senza farci domande. E’ così che perdiamo un appuntamento all’ospedale o un incontro di lavoro.
Gli israeliani rifiutano di capire che Gaza è una gigantesca prigione e che noi ne siamo i carcerieri. Ecco perché essi [gli israeliani] sono incatenati dalla loro volontaria ignoranza. Riferire sulla situazione viene facilmente trasformato in propaganda ad uso dei politici. D’altro lato, le omissioni e le distorsioni negli articoli scritti dai dirigenti che fanno politica sono un fatto naturale. Come ad esempio l’articolo scritto dal Coordinatore delle attività governative nei territori [il governo militare israeliano sui territori palestinesi occupati, ndt], general maggiore Yoav Mordechai e da due suoi colleghi, pubblicato la scorsa settimana sul sito web dell’Istituto di Studi per la sicurezza nazionale.
Le omissioni e le distorsioni sono rivolte al pubblico in generale. Per esempio, l’articolo afferma: “Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza con la forza.” Invece, il quartetto per il Medio Oriente (Stati Uniti, Russia, Nazioni Unite e Unione Europea) e Fatah hanno agito in vari modi aggressivi per ribaltare i risultati delle elezioni democratiche per il Consiglio Legislativo Palestinese nel 2006, che Hamas aveva vinto.
“Hamas è diventato il potere sovrano”, hanno scritto Mordechai ed i suoi colleghi. Il potere sovrano? Anche se è Israele a controllare le frontiere, gli spazi aerei e marittimi ed il registro della popolazione palestinese? “Il governo di Hamas si sta indebolendo a causa della sua responsabilità relativamente all’impoverimento e alla disoccupazione.” I lettori che leggono questa frase nell’articolo hanno già dimenticato una precedente affermazione: “La situazione dei cittadini di Gaza è enormemente peggiorata dal 2007, soprattutto a causa delle restrizioni imposte alla Striscia da Israele (in termini di possibilità di muoversi da e per l’area ed in termini di attività economica).”
Gli autori del rapporto dell’Ufficio del Coordinatore delle Attività Governative nei Territori sono prigionieri della loro stessa posizione. Il COGAT impone rigorosamente queste restrizioni e le ha rese ancor più rigide. Gli autori mettono in guardia nell’articolo sulla prospettiva di un peggioramento della situazione, sia economicamente che psicologicamente, ma da ciò non consegue un coraggioso richiamo ai politici perché rimuovano i divieti al movimento della popolazione, delle materie prime e della produzione locale.
Gli autori suggeriscono al governo che sarebbe preferibile permettere che il processo di riconciliazione interna palestinese vada avanti. Ed invitano coraggiosamente i gentili [cioè i non ebrei, ndt] a finanziare la ricostruzione di ciò che Israele ha distrutto e sta distruggendo. Dopotutto, è ciò che essi hanno fatto dal 1993 – inviando un fiume di denaro per evitare un deterioramento ancor peggiore e per mantenere uno status quo conveniente ad Israele. E’ giunto il momento che i gentili utilizzino quei soldi come pressione politica che costringa Israele a ripristinare la libertà di movimento per i palestinesi a Gaza.
(Traduzione di Cristiana Cavagna)

sabato 4 novembre 2017

SI… ISRAELE HA UCCISO JOHN F. KENNEDY




DI SAID ALAMI

Recentemente si è commemorato il cinquantesimo anniversario dell’assassinio del presidente degli USA John F. Kennedy, il 22 Novembre 1963 nella cittadina texana di Dallas.
Non spiegheremo come si sono svolti i fatti, ma faremo luce sul ruolo, più che ipotetico, che hanno avuto nell’assassinio i servizi segreti israeliani, il Mossad, tanto che nel mondo nessuno ha beneficiato di questo avvenimento come Israele. Tuttavia la stampa americana dell’epoca ignorò questo fatto e di conseguenza i media europei fecero lo stesso.
E’ incredibile come dopo mezzo secolo continui ad essere ancora poco chiaro alle autorità statunitensi il più importante assassinio della sua storia. A quanto pare non interessò neppure all’FBI e alla CIA, ampiamente infiltrate dal Mossad, risolvere questo caso.
Il fatto delle infiltrazioni del Mossad nell’FBI e nella CIA è stato frequentemente dimostrato dai ripetuti casi di spionaggio israeliano contro gli Stati Uniti, scoperti negli ultimi decenni e archiviati misteriosamente, senza conseguenze, lo stesso fu per il famoso caso di spionaggio a favore di Israele da parte del cittadino statunitense-israeliano Jonathan Jay Pollard, alto funzionario dell’amministrazione americana. Numerosi ufficiali e funzionari di entrambi gli organi di Sicurezza e Intelligence sono anche cittadini americani, ebrei naturalizzati con nazionalità israeliana e a volte con molti anni di residenza in Israele.
Le teorie sull’assassinio
Sono numerose le teorie sull’assassinio di Kennedy diffuse ampliamente dai media americani. Una delle più importanti è quella sulla cospirazione della CIA per uccidere il presidente. Tuttavia questa teoria conduce in realtà ad accusare Israele, visto che l’Agenzia è da sempre fortemente infiltrata dal Mossad.
Questa teoria si basa sulla profonda inimicizia che regnava tra Kennedy e la CIA, a causa del rifiuto di JFK di sostenere militarmente l’agenzia durante l’invasione della Baia dei Porci nel 1963, fallita poi miseramente, che ha portato a rafforzare la rivoluzione di Castro a Cuba. Kennedy era stanco degli eccessi della CIA e disse al suo collaboratore Clark Clifford, poco tempo dopo il disastro della Baia dei Porci, di voler smantellare in mille pezzi la CIA. Israele, attraverso i suoi uomini nella CIA, era a conoscenza di questi rapporti di tensione tra Kennedy e la CIA.
Altra teoria è quella che implica il crimine organizzato come responsabile dell’omicidio di Kennedy perché aveva dichiarato guerra alla mafia. Vedremo più avanti come molti dei principali capi della malavita statunitense erano ebrei fortemente legati a Israele e al sionismo.
Perché Israele ha assassinato Kennedy
Documenti declassificati negli ultimi anni tanto da Israele come dagli USA rivelano con dati concreti quello che già era noto in quel fatidico giorno del 22 novembre del 1963: la forte tensione tra l’allora presidente Kennedy e il primo ministro israeliano David Ben Guriòn riguardo l’insistenza del presidente americano sulla necessità che Israele permetta agli scienziati americani di ispezionare periodicamente l’impianto nucleare di nuova costruzione a Dimona, nel deserto di Nèguev, opera realizzata dalla Francia.

(Lee Harvey Oswald e Jack Ruby)

Tutto è cominciato quando nel 1960 l’Amministrazione del Presidente uscente degli Stati Uniti, Eisenhower (che nella guerra di Suez del 1956 aveva chiesto di sospendere immediatamente gli attacchi sull’Egitto all’Inghilterra la Francia e Israele) chiese a Ben Guriòn spiegazioni riguardo una misteriosa costruzione a Dimona, in pieno deserto. Gli israeliani dissero che si trattava di una fabbrica tessile del tutto innocua. Tuttavia la CIA continuò ad indagare e ottenne foto dell’installazione di Dimona che furono classificate come “top secret” ma poco dopo il The New York Times le pubblicò in prima pagina.
Quando il presidente Kennedy prese possesso del suo incarico, il 20 gennaio del 1961, il caso Dimona era diventato un’autentica bomba a orologeria nelle relazioni tra Tel Aviv e Washington. L’amministrazione Kennedy continuò con le sue richieste su Dimona, Tel Aviv disse poi che era sì una centrale nucleare ma per scopi pacifici. Washington, come metodo di pressione su Israele, evitò d’invitare Ben Guriòn a visitare la Casa Bianca.
Per abbassare un po’ la tensione e poter ottenere un colloquio con Kennedy, Ben Guriòn acconsentì ad un’ispezione di scienziati americani all’installazione di Dimona, visita realizzata poi il 20 maggio 1961. Le autorità americane selezionarono per questa missione due scienziati, Ulysses Staebler e Jess Croach, che arrivarono in Israele tre giorni prima dell’appuntamento per la visita a Dimona. Tutti e due dichiararono a Washington, in un rapporto, che la centrale nucleare israeliana era per scopi pacifici.
Questo rapporto permise un incontro tra Kennedy e Ben Guriòn il 30 maggio del 1961 presso l’Hotel Waldorf Astoria, a New York, incontro dominato dall’affaire Dimona, tutto si svolse in un clima tranquillo.
Ben Guriòn, cosciente del fatto che Israele era allora uno stato debole ed economicamente dipendente dalle grosse donazioni delle potenti famiglie ebree e da organizzazioni sioniste all’estero, specialmente negli Stati Uniti, temeva possibili sanzioni economiche, che sarebbero state una catastrofe per il nuovo Stato appena creato. Così il presidente israeliano si limitò ad ascoltare le nuove richieste di Kennedy e stabilire di comune accordo nuove visite d’ispezione da parte di scienziati americani a Dimona, la volpe israeliana però nei due anni successivi al colloquio non mantenne le promesse.
Quando poi Kennedy si stancò scrisse personalmente a Ben Guriòn una lettera, era il 13 maggio 1963 e questa missiva conteneva chiare minacce di isolare a livello mondiale Israele nel caso non permettesse le visite periodiche al sito di Dimona agli ispettori americani. Invece di rispondere alla lettera Ben Guriòn rassegnò le dimissioni dal suo incarico.
“Alcune delle lettere scambiate tra JFK e Ben Guriòn continuano ad essere segrete. Nemmeno agli alti dirigenti dell’intelligence statunitense è permesso prendere visione di questi documenti potenzialmente esplosivi”. (Final Judgment, The Missing Link in the Assassination Controversy, Michael Collins Piper)
Una nuova lettera di Kennedy fu consegnata a Levi Eshkol dieci giorni dopo aver preso possesso del suo incarico di Primo Ministro d’Israele, il 16 giugno 1963. Da quel forte messaggio inviato da Eisenhower a Ben Guriòn in piena guerra di Suez (1956), Israele non aveva più ricevuto una lettera così impegnativa da Washington come quella di Kennedy a Eshkol. Il presidente americano avvertiva Israele che l’impegno degli Stati Uniti nei suoi confronti poteva essere seriamente danneggiato se Tel Aviv non lascia che gli Stati Uniti prendano “informazioni attendibili” sulle attività nucleari israeliane. Nella lettera Kennedy specificava nei dettagli come dovevano essere eseguite le ispezioni periodiche a Dimona. Eshkol prese quella lettera come una chiaro ultimatum.

Implicati cinque primi ministri israeliani ?

Non è sicuro chi tra Ben Guriòn e Eshkol prese la decisione di uccidere Kennedy, però ambedue hanno un passato da terroristi consumati. Ben Guriòn era il promotore e fondatore del gruppo armato Hashomer in Palestina nel 1909 oltre ad essere stato membro della Legiòn ebraica dell’esercito britannico nella prima guerra mondiale. Eshkol non era da meno essendo uno dei capi dell’organizzazione terroristica Haganah la cui origine era proprio Hashomer. Qualsiasi di questi due criminali, reclamati tra l’altro negli anni ’30 e ’40 dalla Polizia britannica in Palestina e nel resto del mondo per i loro numerosi omicidi e attentati, eletti poi alla carica di Primo Ministro, potrebbero aver ideato l’assassinio di Kennedy, ma chi l’ha poi messo in pratica è Eshkol.
Un terzo terrorista e futuro Primo Ministro d’Israele, Yitzhak Shamir, prese parte alla cospirazione per ammazzare Kennedy. Durante il mandato in Palestina Shamir era membro del gruppo terroristico ebraico Irgun entrando più tardi in Lehi, altra organizzazione terroristica in Palestina.
Quando Eshkol diventò Primo Ministro Shamir era a capo del comando omicidi del Mossad, dove ha servito dal 1955 al 1965, periodo in cui risiedeva per la maggior parte del tempo a Parigi, luogo dove si trovava l’ufficio europeo del Mossad. Shamir serviva il Mossad, tra le altre cose, per eseguire l’Operazione Damocle, operazione in cui vennero uccisi vari scienziati tedeschi trasferiti in Egitto dopo la Rivoluzione degli Ufficiali Liberi in Egitto nel 1952 e l’arrivo al potere di Nasser.
Un ex alto ufficiale dei Servizi Segreti francesi accusò Shamir di avere avuto personalmente contatti con i futuri organizzatori ed esecutori dell’omicidio Kennedy.
Il quarto terrorista e anch’egli futuro Primo Ministro di Israele, Menachem Begin, a sua volta ricercato dalla giustizia britannica durante il suo mandato in Palestina, partecipò anche lui, nel 1963, alla cospirazione per assassinare Kennedy. Begin ha militato nell’organizzazione terrorista Irgun per diventarne leader nel 1943. E’ stato colui che ordinò la mattanza all’Hotel Rey David, a Gerusalemme, nel 1946, dove morirono 91 persone. Due anni più tardi 132 terroristi di Irgun, comandati proprio da Begin, furono protagonisti della famosa strage di Deir Yasin, in cui vennero assassinati a centinaia in due villaggi palestinesi, donne e bambini compresi.
E‘ stato dimostrato, grazie ad alcune testimonianze e documenti declassificati, che settimane prima dell’omicidio di Dallas, Begin ha avuto conversazioni con Micky Cohen, l’uomo di fiducia della costa ovest degli Stati Uniti della figura più importante del crimine organizzato americano, l’ebreo Meyer Lansky, personaggio centrale nella cospirazione contro la vita di Kennedy come vedremo più avanti. Cohen reclutò l’ebreo Jack Ruby, appartenente a sua volta al sindacato del crimine di Lansky, per assassinare Lee Harvey Oswald, accusato di essere l’autore materiale dell’omicidio Kennedy. Secondo il libro di Collins Piper, Micky Cohen collaborò a stretto contatto con Menachem Begin le settimane antecedenti l’omicidio Kennedy.
Quinto futuro Primo Ministro d’Israele, Yitzhak Rabin, si trovava a Dallas il giorno dell’omicidio Kennedy, così come dice la vedova di Rabin, Leah Rabin, nella biografia scritta sul marito dopo il suo assassinio. Si tratta di una gigantesca casualità? Non sarebbe proprio una coincidenza, tenendo conto del fatto che Rabin lavorava per il Mossad. Rabin potrebbe essere stato uno dei giornalisti che intervistarono Jack Ruby, l’assassino di Oswald, due giorni dopo che questi fu arrestato e accusato d’aver ucciso Kennedy. Cosa ci faceva un giornalista israeliano intervistando Ruby nel quartier generale della Polizia di Dallas il giorno prima dell’assassinio di Oswald? Era davvero un giornalista? E perché intervistare Ruby al quartier generale della Polizia e non in un altro luogo? (Final Judgment, The Missing Link in the JFK Assassination Controversy, Michael Collins Piper) Vanunu e Collins Piper, tra gli altri. In realtà, la teoria che Israele stia dietro all’omicidio Kennedy non è né nuova né strana, però non fu mai presa sul serio dalle autorità di Washington e dai media americani, due aree, queste, controllate dai sionisti e da Israele attraverso una potente lobby politico-finanziaria ebrea che le tiene sottomesse.
Un esempio è quello del dissidente israeliano Mordechai Vanunu, che per dieci anni lavorò nello stabilimento nucleare di Dimona e che nel 1986 rivelò al londinese The Sunday Times il programma segreto israeliano per la produzione di ordigni nucleari. Vanunu rivelò inoltre che Israele aveva già in suo possesso circa 200 ordigni nucleari, oltre ad un numero imprecisato di bombe all’idrogeno e altre a neutroni. Accusato di aver rivelato segreti che minacciano la sicurezza nazionale, Vanunu fu detenuto in Israele per 18 anni, 11 dei quali trascorsi in una cella d’isolamento. Beh, Vanunu assicurò, in un intervista con Al Wasat, supplemento settimanale del quotidiano Al Hayat, pubblicato a Londra il 25 luglio del 2004, di avere indizi quasi certi che Israele è stato coinvolto nell’assassinio di Kennedy, con l’obiettivo di porre fine alla pressione che Kennedy faceva per ottenere che gli Stati Uniti ispezionassero periodicamente il sito nucleare di Dimona. Le sue dichiarazioni fecero il giro del mondo, essendo notizia da prima pagina e di ampio commento, tranne che negli Stati Uniti, dove continuò a regnare il silenzio mediatico sul ruolo di Israele nell’omicidio Kennedy.
In questo contesto c’è da segnalare, tra l’altro, il libro del giornalista e investigatore statunitense Michael Collins Piper, “Final Judgment, The Missing Link in the JFK Assassination Controversy”, pubblicato nel 1995 da Wolfe Press. Si tratta di un libro denunciato e criticato istericamente dai sostenitori della sempre falsa immagine che ha Israele in Occidente, accusando il suo autore di antisemitismo, un’accusa questa con cui Israele e il sionismo internazionale intendono tappare qualsiasi voce che denunci in Occidente i suoi innumerevoli crimini perpetrati nei cinque continenti.
Collins Piper dice, riferendosi a come nacque l’idea di scrivere questo libro, che leggendo “Coup d’Etat in America” di A.J.Weberman e Michael Canfield, pubblicato nel ’75, che racconta sull’omicidio Kennedy, lo richiamò all’attenzione un paragrafo, alla pagina 41, che dice così: “dopo l’assassinio di Kennedy un informatore dei Servizi Segreti e dell’FBI, che si era infiltrato in un gruppo di esuli cubani anticastristi a cui stava cercando di vendere mitragliatrici, ha riferito che il 21 novembre del ’63 (il giorno prima dell’attentato) alcune persone di questo gruppo gli dissero: ”ora abbiamo molti soldi, i nostri nuovi alleati saranno gli ebrei una volta liquidato JFK”. Questo informatore in passato ha sempre dato informazioni affidabili.
Nella stampa statunitense alcuni difensori d’Israele hanno cercato di distogliere l’attenzione da questo riferimento agli ebrei in quel paragrafo del libro, affermando che lo scrittore in realtà si riferisce a mafiosi ebrei come il gangster Meyer Lansky che prima della rivoluzione castrista aveva il predominio nel gioco d’azzardo e nei Casinò a Cuba. La rivista israeliana Maariv pubblicò un articolo su Lansky nell’aprile del 2103 descrivendolo come “il più grande gangster ebreo della storia” (Elder of Ziyon, 18 aprile 2013). Secondo Maariv, Lansky pagò milioni di dollari per sostenere la creazione dello stato di Israele.
Collins Piper continuò ad investigare in questa direzione, arrivando alla conclusione, attraverso numerosi dati presenti nei libri sulla vita di Lansky e altri documenti, che questo gangster era in realtà il re della delinquenza nella Cuba precastrista e in California. Inoltre, numerosi libri, documenti e rapporti investigativi inerenti al omicidio JFK segnalavano dei mafiosi come implicati nella cospirazione. Tutte quelle persone non erano altro che uomini di Lansky. Tuttavia la maggioranza dei media continuano ad ignorare le carte che danno a Lansky un ruolo nell’affare.
Altra conclusione cruciale cui arrivò Collins Piper nelle sue investigazioni fu l’esistenza di strette relazioni tra Lansky e Israele. Di fatto questo mafioso fuggì in Israele quando l’aria negli Stati Uniti si fece incandescente a seguito dell’omicidio. Negli anni ’70 cercò rifugio in Israele appellandosi, in quanto ebreo, alla Legge del Ritorno, però l’enorme pressione esercitata da Washington impedì ad Israele di accoglierlo arrivando ad estradarlo negli Stati Uniti per comparire di fronte ad un Tribunale per vari delitti, nessuno dei quali implicato nel delitto Kennedy. Fu un patto tra le autorità statunitensi ed israeliane l’accordo per cui Lansky venga consegnato agli americani in cambio di ignorare il suo coinvolgimento nell’assassinio? Tale accordo appare più che probabile, se pensiamo che negli anni ’70 le relazioni tra Tel Aviv e Washington erano eccellenti e che la lobby ebreo-sionista a Washington era molto potente.

Permindex Connection

L’autore di “The Final Judgment” dice: “Conoscere le forze che ci sono dietro a Permindex significa comprendere il più grande mistero del ventesimo secolo: chi assassinò John F.Kennedy?”
Permindex, conosciuta pure come Permanent Industrial Exposition, è un’organizzazione commerciale internazionale con quartier generale a Basilea, sede del Movimento Sionista Internazionale. Secondo molti specialisti dei Servizi Segreti, Permindex non è altro che un’organizzazione di facciata della CIA, accusata da più di un investigatore dell’assassinio di JFK. Questa organizzazione è pesantemente infiltrata, come vedremo più avanti, dal Mossad israeliano ed è l’anello mancante che collega Israele non solo con l’omicidio del 22 novembre 1963 ma anche con il mantenere il mistero sul più importante assassinio del secolo scorso.
I personaggi centrali di Permindex nel 1963 e negli anni immediatamente precedenti avevano forti legami non solo con Meyer Lansky ma proprio col Mossad stesso.
Ad esempio c’era Clay Shaw, direttore del The International Trade Mart di New Orleans. Il primo marzo del 1967 fu arrestato per ordine del procuratore generale di quella città, Jim Garrison. Garrison lo accusò formalmente di cospirazione per l’assassinio di Kennedy. Successive indagini accertarono i forti legami di Shaw con Lee Harvy Oswald, l’unico accusato di aver sparato a Kennedy, il Mossad, Permindex e il Crime Syndicate di Meyer Lansky. Dichiarazioni di testimoni, ex agenti e direttori della CIA confermarono, assieme a prove concrete, la partecipazione di Shaw al complotto per uccidere Kennedy. Misteriosamente, il 1° marzo 1969, la giuria dichiarò innocente Shaw in solo un’ora.
Altro personaggio della storia Kennedy è stato uno dei capi Permindex, l’ebreo Louis M.Bloomfield, avente base a Montreal (Canada), ha lavorato molti anni per la CIA e ha rappresentato gli interessi della potente famiglia ebreo statunitense Bronfman. Questa famiglia non è stata solo una delle principali garanzie internazionali per lo stato di Israele ma bensì è stata per molto tempo uno dei principali componenti del noto sindacato criminale di Lansky. Inoltre i Bloomfield erano i leader della Histadrut israeliana in Canada per oltre 20 anni, secondo quanto segnalato dal The Canadian Jewish Chronicle. Il gigantesco sindacato israeliano Histadrut arrivò ad essere uno dei pilastri del sionismo non solo all’interno d’Israele ma anche all’estero. Bloomfield morì a Gerusalemme nel luglio dell’84.
All’interno di Permindex si trovava anche un altro milionario ebreo, Tibor Rosenbaum. Uno dei padrini dello stato di Israele e primo direttore finanziario del Mossad. Israeliano di nazionalità Rosenbaum fu inoltre uno dei principali finanziatori di Permindex. Come Presidente della Banca di Credito Internazionale era il responsabile in Europa per il riciclaggio del denaro proveniente dal sindacato criminale di Meyer Lansky.
Ci sono molti altri nomi coinvolti nel complotto israeliano per uccidere Kennedy, molti di loro sono ebrei fortemente legati ad Israele. Si tratta, oltre ai già citati, di altri appartenenti a Permindex, di personalità israeliane e altre appartenenti alla CIA, al gruppo di Lansky, a gruppi dissidenti cubani anticastristi, a influenti settori dei media statunitensi che si presero in carico di creare e diffondere la “carcassa” di Oswald “agitatore pro-castrista e pro- comunista” per distrarre appositamente l’attenzione pubblica dai veri assassini di Kennedy. Questi media sionisti legati ad Israele si incaricarono di diffondere mille storie su molte altre teorie ipotetiche circa l’assassinio di Kennedy per una massiccia opera di disinformazione, così da seppellire definitivamente la verità sui fatti.
Un esempio ne è stato quello dei due ebrei americani, i fratelli Edgar e Edith Stern, intimi amici di Clay Shaw e proprietari dell’impero mediatico WDSU, incaricati di distorcere la verità sul ruolo di Shaw nell’assassinio fino a quando non fu definitivamente scagionato da una giuria fortemente influenzata da questa vasta campagna mediatica a favore dell’accusato.

La Commissione Warren

Lyndon B. Johnson, vicepresidente di Kennedy inoltre fu scagionato dalle accuse di essere implicato nell’omicidio. Dopo essere diventato presidente, una volta venuto a mancare Kennedy, creò una commissione, per investigare sull’accaduto, presieduta da Earl Warren, allora presidente della Corte Suprema, per questo fu conosciuta come Commissione Warren.
La relazione finale della Commissione era di 889 pagine, 552 testimonianze, mille documenti e molte conclusioni. Tutto questo ha “ridotto” scandalosamente l’omicidio avvenuto a Dallas il 22 novembre del 1963 e il successivo assassinio di Lee Harvey Oswald, arrivando alla conclusione che Oswald ha agito di “motu proprio”, stessa cosa per l’ebreo- statunitense Jack Ruby che ammazzò Oswald due giorni dopo. Secondo questa surrealistica conclusione nessuno cospirò per uccidere il presidente degli Stati Uniti e tutto fu opera di uno squilibrato pro-castrista e che Ruby ha ucciso di sua iniziativa. Alcuni poi smontarono le conclusioni della Commissione Warren, proprio come Collins Piper.
Un altro autore, Mark Lane, nel suo libro Rush to Judgment, 1996, ha concluso che c’è stato un complotto multiplo per assassinare Kennedy. Questo libro, che raccoglie documenti e interviste a numerosi testimoni, diventò un documentario di 122 minuti prodotto dalla BBC.

Numerosi investigatori indipendenti del caso Kennedy hanno messo in serio dubbio che Lee Oswald abbia avuto a che fare seriamente con questo omicidio, era un pessimo tiratore, molto lontano dell’essere in grado di centrare un bersaglio in movimento da lunga distanza, come nel caso del presidente Kennedy salito in auto che transitava per piazza Dealey a Dallas. Di fatto Oswald, come qualsiasi altro marine, fu addestrato e giudicato al tiro, totalizzando 212 punti nel dicembre del 1956, leggermente al di sopra del minimo per essere classificato cecchino. Nel maggio del ’59 il suo punteggio scese a 191. Che avrebbe incaricato un così pessimo tiratore per questo attentato così “storico”? E a quale mediocre tiratore gli sarebbe passato per la testa di assassinare un Kennedy in movimento e da una lunga distanza ? Kennedy fu ucciso con tre colpi, che dovrebbero essere stati sparati da più di un cecchino o da un professionista con molto sangue freddo.
Lee Oswald, arrestato due minuti dopo l’attentato e interrogato, ha negato di aver ucciso Kennedy e ha sempre dichiarato in pubblico che lui era solo un capro espiatorio.
Però, supponendo che Oswald fosse l’unico e vero autore degli spari che uccisero Kennedy, questo non allontana l’idea che Israele possa aver pianificato il tutto. Le già menzionate indagini del Procuratore Generale di New Orleans, Jim Garrison, provarono che il maggior indiziato per il crimine di Dallas, Clay Shaw, aveva forti legami con Oswald, col Mossad, con Permindex e col Sindacato del Crimine dell’ebreo sionista Meyer Lansky.
D’altra parte, e secondo varie fonti, l’ebreo sionista A.L.Botnick, di cui scrisse il The New York Times il 9 ottobre del 1995 (poco dopo la sua morte) che era stato direttore regionale dell’ufficio di New Orleans della Lega Anti-Diffamazione del B’nai B’rith (un’entità di propaganda israeliana legata al Mossad molto conosciuta) per più di tre decenni, aveva grossi legami col responsabile delle operazioni della CIA in quella città, Guy Banister.
Banister era colui che elaborò, nel periodo antecedente l’omicidio Kennedy, il profilo procastrista di Oswald, profilo che una volta perpetrato il crimine fu dato in pasto ai media americani, in una gigantesca operazione di disinformazione. Molte evidenze e indizi dicono che la manipolazione di Oswald fino al giorno dell’omicidio è stata fatta sotto la supervisione della Lega Anti-Diffamazione.
In quanto all’ebreo Jack Rubenstein, meglio conosciuto come Jack Ruby, non era affatto uno sconosciuto e un cittadino qualsiasi, come descritto dai media: un semplice cittadino che ha voluto vendicare l’assassinio di Kennedy assassinando a sua volta Oswald durante i suoi due giorni di detenzione il 24 novembre del 1963.
L’omicidio di Oswald si consumò mentre la polizia lo trasferiva dal quartier generale di Dallas al carcere. C’erano molti fotografi, cineoperatori e giornalisti al seguito di Oswald che camminava a fianco delle sue guardie nel parcheggio sotterraneo del comando di Polizia. Jack Ruby si fece strada in mezzo a quel gruppo di professionisti della stampa e sparò contro Oswald, ferendolo mortalmente.
Nella relazione della Commissione Warren si afferma che Ruby, morto misteriosamente in carcere il 3 gennaio 1967 (si disse di cancro), agì di iniziativa propria, senza far parte di nessuna cospirazione. Senza dubbio Ruby, che fu immediatamente arrestato dopo aver sparato, ad alta voce e di fronte a numerosi testimoni disse che “gli ebrei hanno coraggio” riconoscendo di aver commesso il crimine nel suo essere ebreo.
L’autore di Rush to Judgment, Mark Lane, che era avvocato della madre di Lee Oswald nel giudizio contro Ruby, si chiede alla pagina 18: “Come fu possibile per Ruby arrivare ad Oswald ed essere tanto vicino a lui mentre si trovava sotto custodia della Polizia all’interno del suo quartier generale?”. Lane non scarta l’ipotesi di complicità nella Polizia per dare modo a Ruby di avvicinarsi così tanto a Oswald, inoltre, nella sua veste di avvocato, che ha avuto un ruolo chiave nel processo, presenta nel suo libro numerose testimonianze e prove che l’assassinio di Oswald fu premeditato e fu parte di una cospirazione e che la Polizia di Dallas era largamente corrotta con Ruby prima dell’assassinio di Kennedy.
Ruby era un gangster già conosciuto del Texas, dove gestiva locali e negozi di liquori, e apparteneva, secondo Collins Piper, al gruppo di Lansky. In breve Ruby era l’uomo di Lansky in Texas, col quale si chiude il cerchio d’implicazioni del Mossad nell’omicidio Kennedy.
Se a tutto questo aggiungiamo che l’allora agente del Mossad, e molti anni dopo Primo Ministro d’Israele, Yitzhak Rabìn, si trovava a Dallas lo stesso giorno dell’omicidio Kennedy, si dissipano gli ultimi dubbi sul coinvolgimento diretto di Israele nell’omicidio Kennedy, con la collaborazione della CIA, la lobby ebraica – statunitense, il sindacato del crimine di Lansky e il controllo ebraico di quel paese, ciecamente fedeli, come lo sono oggi, al sionismo e a Israele.