giovedì 20 luglio 2017

TESTIMONIANZE DEL MASSACRO DI DEIR YASSIN




Testimonianze dal massacro censurato – DEIR YASSIN

15 LUGLIO 2017
 

Un giovane legato ad un albero e bruciato. Una donna e un vecchio sparati alla schiena. Ragazze allineate lungo un muro e sparate con un fucile mitragliatore. Le testimonianze che Neta Shoshani ha raccolto sul massacro a Deir Yassin rendono difficile la lettura anche dopo 70 anni dopo il fatto. Alcune di esse saranno mostrate nel nuovo film ‘ Born in Deir Yassin ‘ e altre stanno per essere pubblicate per la prima volta. Ad oggi, lo stato sta censurando le fotografie del massacro.

Di Ofer Aderet
15 luglio 2017

Per due anni ad oggi un documento di difficile la lettura è rimasto a giacere negli archivi dell’associazione che commemora l’eredità di Lehi – la milizia clandestina dei Combattenti per la Libertà del pre-stato di Israele. Leggerlo potrebbe riaprire una ferita sanguinante dai giorni della Guerra di Indipendenza che ancora oggi agita una grande quantità di emozione nella società israeliana.

“Venerdì scorso insieme ad Etzel” – l’acronimo per l’Organizzazione Nazionale Militare, conosciuta anche come Irgun, un’altra milizia clandestina, guidata da Menachem Begin – “il nostro movimento ha portato avanti una tremenda operazione per occupare il villaggio arabo sulla strada Tel Aviv – Gerusalemme – Deir Yassin. Ho partecipato a questa operazione nel modo più attivo”, ha scritto Yehuda Feder, il cui nome di battaglia in Lehi ( nota anche come la Banda Stern) era “Giora”.

Più avanti nella lettera, egli descrive in dettaglio la sua parte nel massacro che ebbe luogo là. “Questa era la prima volta nella mia vita che gli arabi cadevano sotto le mie mani e i miei occhi. Nel villaggio ho ucciso un arabo armato e due ragazze arabe di 16 o 17 anni che stavano aiutando l’arabo che stava sparando. Le ho messe contro un muro e le ho fatte esplodere con due caricatori del mio fucile Tommy”, ha scritto, descrivendo come ha condotto l’esecuzione delle ragazze con un fucile mitragliatore.

Oltre a questo, egli racconta del saccheggio nel villaggio con il suoi commilitoni dopo che era stato occupato. “Abbiamo confiscato un sacco di denaro e gioielli d’oro e d’argento caduti nelle nostre mani”, ha scritto. Conclude la lettera con le parole: “Questa veramente era una tremenda operazione e questa è la ragione per la quale la sinistra ci sta diffamando di nuovo”.

La lettera è uno dei documenti storici rivelati in un nuovo film documentario intitolato ‘Born in Deir Yassin’, della regista Neta Shoshani, che ha dedicato molti degli ultimi anni ad una ricerca storica comprensiva del massacro di Deir Yassin, uno degli incidenti costitutivi della Guerra di Indipendenza, che è rimasto una macchia su Israele ad oggi.

In anticipo dell’anteprima al Jerusalem Film Festival, Shoshani ha mostrato ad Haaretz le testimonianze che ha raccolto sull’incidente, Il risultato di un esteso scavo negli archivi insieme a interviste di approfondimento con gli ultimi partecipanti all’azione ancora in vita.
Alcuni di loro hanno rotto il silenzio di decenni quando hanno parlato con lei, spesso per la prima volta davanti ad una telecamera.

L’assalto al villaggio di Deir Yassin cominciò la mattina del 9 aprile 1948, come parte dell’Operazione Nachshon per irrompere attraverso la strada bloccata per Gerusalemme, con la partecipazione di circa 130 combattenti di Lehi ed Irgun, che ricevettero aiuto da Haganah – l’esercito pre-indipendenza. I combattenti incontrarono una tenace resistenza ed avanzarono lentamente attraverso i vicoli del villaggio mentre lanciavano granate e facevano saltare le case.

Quattro dei combattenti furono uccisi e decine feriti. Il numero degli abitanti arabi che furono uccisi là e le circostanze delle loro morti sono stati oggetto di disputa per molti anni, ma la maggior parte dei ricercatori afferma che 110 abitanti del villaggio, tra loro donne, bambini e vecchi, furono uccisi là.

“Correvano come gatti”, ha riferito il comandante dell’operazione, Yehoshua Zettler, il comandante per Gerusalemme di Lehi, come ha descritto gli arabi che fuggivano dalle loro case. Shoshani lo ha intervistato nel 2009, poche settimane prima della sua morte. Zettler ha negato che queste persone condussero un massacro nel villaggio, ma non ha speso parole per descrivere il modo con cui gli abitanti furono uccisi. “Non voglio dirle che eravamo là con i guanti da bambino. Casa dopo casa… mettevamo dentro dell’esplosivo e loro correvano via. Un’esplosione e andavamo avanti, un’esplosione e andavamo avanti, ed entro poche ore, mezzo villaggio non c’era più”, ha detto.

Zettler ha anche fornito un racconto crudele dell’aver bruciato i corpi di quelli che erano stati uccisi, dopo che il villaggio era stato occupato. “I nostri ragazzi fecero un numero di errori che mi fecero arrabbiare. Perché fecero quello?”, ha detto. “Prendevano le persone morte, le impilavano e le bruciavano. Là cominciava ad esserci del tanfo. Non era così semplice”.

Un altro racconto crudo è stato fornito dal prof. Mordechai Gichon, un colonnello sottotenente delle riserve delle Forze di Difesa di Israele, che era un ufficiale dell’intelligence di Haganah mandato a Deir Yassin quando il battaglione finì. “A me sembrava un po’ come un pogrom”, ha detto Gichon, che è morto circa un anno fa. “Se si sta occupando una postazione dell’esercito – non è un pogrom, anche se un centinaio di persone viene ucciso. Ma se si sta andando in un luogo di civili e le persone morte vi sono sparpagliate intorno – allora sembra come un pogrom. Quando i cosacchi irruppero nei quartieri ebraici, allora quello avrebbe potuto sembrare qualcosa come questa”.

Secondo Gichon, “C’era un sentimento di un considerevole massacro ed era difficile per me spiegarlo a me stesso, come se stessi facendo un’autodifesa. La mia impressione era più di un massacro che di qualsiasi altra cosa. Se questo è un argomento per uccidere civili innocenti, allora può essere chiamato un massacro”.

Yair Tsaban, un ex parlamentare di Meretz e ministro del governo, ha riferito nella sua intervista con Shoshani che dopo il massacro, cui egli non partecipò, fu mandato con membri delle Brigate della Gioventù a seppellire i corpi dei morti. “La ragione era che la Croce Rossa era tenuta a mostrarsi in qualsiasi momento ed era necessario cancellare le tracce [delle uccisioni] perché la pubblicazione di fotografie e testimonianze su quello che era accaduto nel villaggio avrebbe danneggiato molto l’immagine della nostra Guerra di Indipendenza”, ha detto.

“Vidi un numero di corpi”, ha aggiunto. “Non ricordo di avere incontrato il corpo di un combattente. Per niente. Ricordo per lo più donne e vecchi”. Tsaban ha testimoniato di avere visto abitanti sparati alla schiena e ha respinto le affermazioni di alcuni partecipanti all’azione che i locali erano stati colpiti in uno scambio di fuoco. “Un vecchio e una donna sedevano in un angolo di una stanza con la faccia al muro, e loro hanno sparato alla schiena”, ha ricordato. ” Non può essere successo nel fervore di una battaglia. In nessun modo”.

Il massacro di Deir Yassin ebbe molte ripercussioni. L’Agenzia Ebraica, i capi rabbini e i capi di Haganah lo condannarono. La sinistra l’usò per denunciare la destra. All’estero, fu paragonato ai crimini dei nazisti.
In più, come lo storico Benny Morris nota nel suo libro ‘Righteous Vuctims’, “Deir Yassin ebbe un profondo effetto demografico e politico: fu seguito da una fuga di massa degli arabi dai loro luoghi”.

Shoshani si è interessata per la prima volta alla storia di Deir Yassin circa dieci anni fa, mentre lavorava al suo progetto finale alla Bezalel Academy of Arts and Design a Gerusalemme, che metteva a fuoco una documentazione visiva dell’ospedale psichiatrico statale di Kfar Shaul, che era stato costruito sulle terre di Deir Yassin dopo la guerra. Seguendo la sua documentazione del posto a come è oggi, con i suoi edifici che erano serviti agli abitanti del villaggio in passato e oggi sono parte dell’ospedale, voleva trovare anche immagini storiche del massacro che ebbe luogo là 70 anni fa.

Con sua sorpresa, trovò che l’impresa non era affatto semplice. “Su Internet ci sono fotografie di corpi che sono catturati come se fossero stati fotografati a Deir Yassin, ma sono di Sabra e Chatila”, dice, riferendosi al massacro del 1982 dai miliziani cristiani di centinaia di residenti dei campi di rifugiati palestinesi in Libano. “Nell’archivio dell’IDF mi hanno lasciato pubblicare fotografie dei combattenti di Deir Yassin prese da loro stessi”, ha continuato e ha mostrato una serie di foto che mostrano membri armati di Irgun e Lehi, ma nessuna traccia degli arabi che furono uccisi.

All’archivio di Haganah, dove Shoshani ha continuato la sua ricerca – ” come una bambina naive” – un’altra sorpresa l’attendeva. “Un uomo anziano è venuto verso di me, molto zitto zitto, mi ha portato in una stanza e mi ha detto che aveva preso fotografie immediatamente dopo il massacro”, ha detto.

L’uomo era Shraga Peled, 91 anni, che al tempo del massacro era nel Servizio Informazioni di Haganah. Ha detto a Shoshani che dopo la battaglia era stato mandato al villaggio con una macchina fotografica per documentare quello che vedeva. “Quando ho raggiunto Deir Yassin, la prima cosa che ho visto è stata un grande albero al quale era stato legato un giovane arabo. E questo albero era stato dato alle fiamme. Lo avevano legato ad esso e lo avevano bruciato. L’ho fotografato”, ha riferito.
Afferma anche di avere fotografato da lontano quelle che sembravano essere alcune decine di altri corpi raccolti in una cava adiacente il villaggio. Consegnò la pellicola ai suoi superiori, dice, e da allora non ha più visto le fotografie.

Probabilmente questo è il perché le fotografie sono parte del materiale visivo che ad oggi è nascosto nell’archivio dell’IDF e del ministero della difesa, di cui lo stato proibisce la pubblicazione anche 70 anni dopo il fatto. Shoshani ha rivolto una petizione all’Alta Corte di Giustizia circa un decennio fa come parte del suo progetto finale a Bezalel. Haaretz si è unito alla sua petizione.

Lo Stato ha spiegato che la pubblicazione delle immagini era soggetta a danneggiare le relazioni estere dello stato e il “rispetto per i morti”. Nel 2010, dopo avere visto le fotografie, i giudici della Corte Suprema hanno rigettato la petizione, lasciando il materiale lontano dagli occhi del pubblico. Nel frattempo Shoshani si è attivata per ottenere qualche altra foto collegata al massacro, fra esse una serie di immagini che documentano bambini orfani i cui genitori erano stati uccisi a Deir Yassin.

Il massacro di Deir Yassin continua a irritare chiunque tratti con esso, anche a distanza di 70 anni. Non tutti concordano con la caratterizzazione di “massacro”. Lo storico Uri Milstein, che studia le guerre di Israele, ha propagandato molto la tesi che non c’era stato alcun massacro nel villaggio. In molti articoli che ha scritto, afferma che questo è “un mito mendace” e un “libello di sangue” e che gli arabi morti furono uccisi in “una battaglia in un’area costruita”.
“Non penso che là qualcuno aveva intenzione di andare là ad uccidere bambini”, dice Shoshani, riassumendo il materiale che ha raccolto sull’incidente. Comunque, lei dice, “Questa non è una battaglia contro i combattenti ma piuttosto l’improvvisa occupazione del villaggio, In un confronto con gli abitanti che difendevano le loro case con mezzi scarni.
Ci sono anche stati casi, apparentemente isolati, di abitanti falciati, di ‘esecuzioni’, dopo che la battaglia era finita, con il proposito di deterrenza e di incutere paura”.

Il massacro di Deir Yassin era il primo di un numero di incidenti in cui combattenti ebrei furono coinvolti in uccisioni di civili nella Guerra di Indipendenza e dopo che la guerra era finita.

Un altro infame incidente fu quello a Kafr Qasem nel 1956, nel giorno della battaglia di inizio della Campagna del Sinai. 48 cittadini arabi israeliani furono uccisi dal fuoco della Polizia di Frontiera. Come nel caso di Deir Yassin, lo stato sta ancora censurando i materiali di archivio di Kafr Qasem .

Testimony from the censored massacre – Deir Yassin

A young fellow tied to a tree and set on fire. A woman and an old man shot in back. Girls lined up against a wall and shot with a submachine gun. The testimonies Neta Shoshani collected about the massacre in Deir Yassin make for difficult reading…

HAARETZ.COM

Tratto da:  Il Popolo Che Non Esiste

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lunedì 17 luglio 2017

LA RETORICA SUI MIGRANTI: IL COLMO DELL'IPOCRISIA


Di Vincenzo Brandi


LA RETORICA SUI “MIGRANTI”: IL COLMO DELL’IPOCRISIA  
                                                                                          
Sollecitato dall’amico Geri, vorrei esprimere una personale opinione sull’ondata di retorica e di sospetto pietismo con cui viene affrontato, specie nella sedicente “sinistra” il fenomeno dei “migranti” ( ma perché “migranti” ? Migranti casomai sono gli uccelli migratori che si spostano secondo cicli naturali ….).
Preciso che ho sempre militato nelle file dell’estrema “sinistra” (se questo termine ha ancora un significato, fatto su cui ho molti dubbi, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano …).
Sono lontanissimo da qualsiasi suggestione razzista, di superiorità dell’uomo bianco europeo o di missione dei popoli “civilizzati”.
Tuttavia trovo il pietismo nei confronti del fenomeno “migranti” caratterizzato da enormi dosi di ipocrisia e falsa retorica.
La prima causa dell’intensificarsi del fenomeno negli ultimi anni è certamente il contemporaneo intensificarsi di una serie di guerre scatenate dai paesi “civili” contro stati nuovi ed ex-coloniali, spesso su iniziative della “sinistra” (mentre la “destra” è stata in genere molto più prudente ed attenta) per presunti motivi “umanitari” e con formule del tipo: “responsabilità di difendere i civili” dai “regimi” e dai “dittatori” locali.
Queste motivazioni sono state alla base della distruzione della Libia ad opera della NATO (con l’aiuto dei jihadisti locali). Il risultato è stato che un paese che era, secondo le statistiche ufficiali dell’ONU, quello con il tenore e la qualità della vita più alto dell’Africa, ha visto la fuga di circa 2 milioni di Libici e di altri 2 milioni di Africani che lavoravano nel paese.
Ora la Libia, che prima funzionava da filtro per i lavoratori che si spostavano dall’Africa centrale, è diventato un buco nero dominato da milizie estremiste e scafisti che speculano sugli spostamenti di torme di disperati. Questi ultimi si spostano da paesi tuttora sottoposti a sfruttamento post-coloniale da parte dei vecchi padroni (ad esempio la Francia) che in realtà non hanno mai mollato l’osso e organizzano colpi di stato (come in Costa d’Avorio) se qualche presidente locale si mostra troppo indipendente. Oltre tutto uno dei motivi per cui fu fatto fuori Gheddafi era perché stava creando una Banca Africana per sottrarre il continente nero alle grinfie della grande finanza internazionale.
Altri paesi riottosi, come il Sudan, o la Somalia, sono stati fatti a pezzi e altri, come l’Eritrea, sono indicati come “stati canaglia” e sottoposti a sanzioni. Tutto questo alimenta spostamenti di popolazione e fenomeni di destabilizzazione.
Analogo discorso vale oggi per la Siria, sottoposta dal 2011 a sanzioni durissime e ad un attacco concentrico da parte dei paesi occidentali, alleati con le peggiori dittature confessionali (come l’Arabia Saudita) e bande di jihadisti sunniti fanatici. Sei milioni di Siriani hanno lasciato il paese, mentre altrettanti si sono dovuti spostare all’interno dalle zone occupate da Al Qaida e dallo Stato Islamico a quelle poste sotto la protezione dell’esercito. Si badi bene che prima del 2011 nessuno fuggiva dalla Siria o si spostava all’interno. Il paese era un modello di laicismo e tolleranza interreligiosa (Sunniti, Sciiti, Cristiani, Drusi, atei). Oggi la gente fugge, non dal “regime”, ma dalla guerra e dai terroristi fanatici diretti dall’esterno.
Discorsi analoghi possono farsi per l’Iraq, distrutto e fatto a pezzi dopo l’attacco anglo-americano del 2003 giustificato con la bugia delle “armi di distruzione di massa” e per l’Afghanistan invaso nel 2001 con la scusa della “guerra al terrore” e dove i combattimenti infuriano da 16 anni. Siriani, Afghani, Iracheni, Libici, Africani sub-sahariani formano almeno i due terzi dell’immigrazione complessiva.
E non dimentichiamo l’immigrazione dall’Est Europa, sottoposta alle delizie del capitalismo internazionale. Molti immigrati vengono dalla Romania che, ai tempi del tanto deprecato Ceausescu, conosceva una situazione di piena occupazione  e non aveva debito estero. Oggi la popolazione rumena è diminuita di vari milioni rispetto a quei tempi per l’emigrazione massiccia. Situazioni analoghe si hanno, ad esempio, per Ucraina e Moldavia, mentre la Bielorussia, dove il presunto “dittatore” Lukaschenko ha mantenuto molte delle vecchie istituzioni sovietiche, se la passa molto meglio.
Infine, come ultimo esempio, ricordiamo la sfortunata Jugoslavia: prima massacrata dal Fondo Monetario Internazionale cui i dirigenti “riformatori” post-Tito si erano incautamente affidati; poi travolta dagli odi interreligiosi ed interetnici opportunamente alimentai dall’esterno (il presidente musulmano della Bosnia, Itzebegovic, appoggiato dagli estremisti di Al Qaida, fu fatto passare per un “democratico”); infine bombardata e smembrata definitivamente dalla NATO (con la benedizione del nostro baffetto D’Alema).
Ma, anche se le ragioni dell’immigrazione clandestina, che cresce ogni giorno, fossero puramente economiche, avrebbe un senso la parola d’ordine: “facciamoli entrare tutti”?
Una parola d’ordine del genere può essere forse giustificata in bocca al Papa, visto che la Chiesa pratica il pietismo e la carità per motivi ideologici ed identitari, ma suona stonata e demagogica se pronunciata dai portavoce dell’ex-sinistra o addirittura da settori movimentisti dell’estrema “sinistra”. Sembra quasi che certi settori politici (come il PD, ma non solo), per far dimenticare il fatto di aver abbandonato tutti i loro programmi e le parole d’ordine più qualificanti, si affidino ad una demagogia umanitaria, di cui la difesa dei “migranti” è uno dei punti più caratteristici.
Nel mondo siamo ormai circa 7 miliardi. Ben oltre la metà della popolazione è povera o sull’orlo della povertà. Si può ragionevolmente risolvere il problema con emigrazioni di massa, di stampo biblico? Si può pensare che fenomeni del genere non abbiano effetti destabilizzanti e che possano risolvere il problema della povertà di massa?
E’ evidente che solo assicurando uno sviluppo adeguato dei paesi di provenienza, rinunciando a sfruttarli, a sottoporli al ricatto finanziario del debito, alle aggressioni militari se cercano di rendersi indipendenti, si potranno dare soluzioni al problema. Altrimenti molti degli ex-paesi coloniali faranno da soli, come ha fatto la Cina che è diventata la massima potenza mondiale di produzione di beni.
Intanto il fenomeno corrente non può non essere regolamentato, accettando solo quelle persone che richiedono realmente un asilo politico (ad esempio, so per esperienza diretta che molti ragazzi eritrei in cerca di fortuna ed avventura si fingono perseguitati per essere accolti) e, per quanto riguarda gli immigrati “economici”, accettare solo quelli che possano essere integrati con mutua soddisfazione, nostra e loro, evitando che siano ferocemente sfruttati in nero, o ridotti all’accattonaggio, alla prostituzione, o alla delinquenza. Si tratta di razionalizzare e sveltire tutte le procedure finalizzate a questa strategia.
Infine, non si possono non denunciare tutti quei settori che alimentano e si servono del fenomeno per propri fini, ammantandoli di bugie umanitarie. Schematicamente questi settori possono essere così indicati:
-alcuni settori capitalisti dei paesi sviluppati che si  servono dell’ondata immigratoria per abbassare i salari e le pretese dei lavoratori locali. In questa ottica vedo anche le dichiarazioni irresponsabili della Merkel di un paio di anni fa: “venite tutti”, fatte in un momento in cui l’economia tedesca era in ascesa ed aveva bisogno di braccia, salvo poi essere costretta a fare marcia indietro. In quest’ottica ritengo sbagliato liquidare alcune obiezioni della Lega o di alcuni governi europei (ad esempio, Ungheria) come pure manifestazioni di razzismo.
-alcuni settori capitalisti e finanziari statunitensi, o di altri paesi concorrenti della UE, che cercano di favorire il fenomeno in funzione destabilizzante della “concorrenza”. Questo tipo di azioni può avere anche risvolti di destabilizzazione politica e ricatto (vedi ad esempio i ricatti e le minacce della Turchia di Erdogan che si riserva di aprire i rubinetti dell’emigrazione).
-alcune ONG, opportunamente finanziate e manovrate da alcuni paesi, che alimentano il traffico di carne umana, mandando, ad esempio, le loro navi in prossimità delle coste libiche a prelevare orde di disperati con la complicità di milizie jihadiste e scafisti locali. Alcune di queste ONG vanno per la maggiore, come Amnesty International e “Save the Children”, notoriamente finanziate da istituzioni e finanzieri USA (come George Soros) e che si attengono strettamente alla politica statunitense in tutte le crisi internazionali. Medici senza Frontiere è invece più legata alla politica francese, com’è dimostrato dalla figura del suo carismatico ex-presidente Kourchner, divenuto poi Ministro degli Esteri di Sarkozy, e grande sponsor delle guerre in Jugoslavia e Libia. Esiste poi una galassia di ONG più piccole create appositamente per gestire questo nuovo commercio degli schiavi sotto sembianze solidaristiche. Tutte queste ONG, così come molte istituzioni legate all’accoglienza gestiscono una fiorente “industria dell’immigrato”.
Roma 14.07.2017                   Vincenzo Brandi